<span class="entry-title-primary">A scuola di un maestro “scienter nescius et sapienter indoctus”</span> <span class="entry-subtitle">di Dom Mauro-Giuseppe Lepori</span>

A scuola di un maestro “scienter nescius et sapienter indoctus” di Dom Mauro-Giuseppe Lepori

Convegno Santa Gertrude la Grande, De grammatica facta theologa

Roma 13-15 aprile 2018

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Un maestro permanente 

Entrata in monastero all’età di cinque anni, santa Gertrude ha avuto da allora e fino alla morte un maestro d’eccezione: san Benedetto. Si potrebbe dire che ha frequentato la “scuola del servizio del Signore” (RB Prol. 45) creata da san Benedetto fin dall’asilo infantile. Rischiamo forse di dimenticarlo, ma è un fatto che ogni monaco o monaca che vive seguendo la Regola di san Benedetto e nell’alveo del suo carisma, si ritrova sempre e comunque accompagnato da questo padre e maestro, come una musica è sostenuta da un basso continuo. Poi, ognuno studierà i suoi autori, approfondirà la sua formazione nelle direzioni più svariate, ma per il semplice fatto di vivere in monastero, di essersi inoltrati in questa vocazione, vissuta più o meno coerentemente, tutti si ritrovano a vivere sotto il suo magistero di fondo. Santa Gertrude non fu un’eccezione. Come neppure lo fu san Bernardo. Magari non parleranno molto del santo patriarca e della sua Regola nei loro scritti, ma la sua influenza sarà tanto più costante quanto più sarà discreta, come una linfa che dalle radici scorre silenziosa nell’albero intero e ne alimenta la vita. E credo che se vogliamo capire santa Gertrude, e capirla proprio come donna sapiente e dotta, e se vogliamo capire la natura della sua scienza e della sua sapienza, non è inutile una meditazione sulla scienza e sapienza che ha potuto ricevere alla scuola di san Benedetto.

La provocazione di una rinuncia 

Ebbene, su questo punto la vita e il cammino di san Benedetto ci lanciano una provocazione che in un certo senso ci disorienta fin dall’inizio. Più che lui stesso, la provocazione ce la lancia san Gregorio Magno, che fu senz’altro un uomo di grande cultura e sapienza. Ebbene, san Gregorio, nelle prime righe del Prologo della Vita di san Benedetto che ha redatto nei Dialoghi, descrive con compiacenza l’abbandono degli studi letterari che il giovane Benedetto decise immediatamente dopo averli iniziati. “Nato da famiglia piuttosto in vista del territorio di Norcia, era stato mandato a Roma per dedicarsi agli studi letterari; vedendo, però, che questi costituivano per molti la strada che li faceva precipitare nell’abisso dei vizi, ritirò il piede che aveva appena posto sulla soglia, per dire così, del mondo, per non precipitare in seguito pure lui, e totalmente, nell’immane baratro, se si fosse anche solo accostato agli studi profani” (Gregorio Magno, Dialoghi, II, Prol.).

San Gregorio dice che Benedetto era stato “consegnato – traditus” agli studi romani. Espressione curiosa, che quasi evoca la consegna, il tradimento, che Giuda ha fatto di Gesù. Infatti, descrive gli studi a Roma come un abisso di vizi (“abrupta vitiorum”), peggio ancora: un immane precipizio (“immane praecipitium”) nel quale ha rischiato di scivolare totalmente e per sempre, come in un inferno. Si percepisce una critica velata ma forte ai genitori, o chi per essi, che hanno esposto un adolescente a questo tremendo pericolo.

Comunque sia, questa descrizione drammatica del pericolo incorso, permette a Gregorio di caratterizzare la scelta della vita monastica da parte di Benedetto come l’opposto di questa perdizione, l’opposto di questa caduta rovinosa. Infatti, invece di scivolare e precipitare nel baratro della perdizione, Benedetto sceglie un cammino di elevazione, di ascesi e di ascensione, mosso e spinto dal desiderio di piacere solo a Dio (“soli Deo placere desiderans”).

Qui c’è già una fondamentale distinzione fra la scienza del mondo e la sapienza monastica: a chi si sceglie di piacere. Gli studi della scienza letteraria del mondo erano infatti tesi a piacere al mondo, erano finalizzati ad essere ammirati dal mondo, soprattutto con l’arte retorica. La scelta monastica, per san Benedetto, coincide con un desiderio di piacere solo a Dio, ed è questo desiderio che, come vedremo, determinerà anche la natura della scienza e sapienza nuove che san Benedetto sceglierà con la vita monastica. All’origine della vocazione e del carisma di Benedetto c’è come una rinuncia radicale alla cultura del narcisismo e al narcisismo della cultura.

Si capisce che fin dall’inizio san Gregorio descrive la vita di Benedetto alla luce della sua Regola monastica, e quindi alla luce dell’insistenza di Benedetto sull’umiltà come via di ascensione a Dio, come via per piacere a Dio così come Gesù, al Giordano e sul Tabor, è dichiarato e definito come Colui che gode di tutta la compiacenza del Padre.

È da sottolineare il fatto che è anzitutto nell’ambito degli studi, della scienza, che Gregorio situa la conversione iniziale di san Benedetto. È come se per lui, la rinuncia a tutto per seguire Cristo inizi essenzialmente dal disprezzo degli studi mondani. Nella conversione di Benedetto non si sottolinea e descrive tanto l’abbandono delle ricchezze familiari per scegliere la povertà, come per esempio in sant’Antonio abate o in san Francesco d’Assisi, ma piuttosto il disprezzo della scienza narcisistica del mondo per scegliere l’umiltà come via di comunione con Dio, come introduzione allo scambio di desiderio, di compiacenza amorosa, fra l’uomo e il suo Creatore e Redentore.

La scienza nuova 

Ci si attenderebbe allora la descrizione di una vita da ignorante, da sempliciotto incolto. Invece, la rinuncia agli studi animati dall’orgoglio e dalla vanagloria non implica la scelta dell’ignoranza, ma di una scienza diversa, opposta a quella mondana. Benedetto rinuncia alla scienza e sapienza del mondo, al fine di scegliere un’altra scienza, un’altra sapienza in opposizione a quelle del mondo. La scelta iniziale di san Benedetto è come un crinale, un crinale fra un abisso di perdizione e la salvezza, e su quel crinale il fattore cosciente di scelta, di determinazione e conversione della libertà, è l’ambito della conoscenza, della scienza, dello studio. Non dimentichiamo che il peccato originale è avvenuto mangiando il frutto dell’“albero della conoscenza del bene e del male”, non, per esempio, di un albero della ricchezza o della bellezza o della concupiscenza carnale (cfr. Gn 2,9; 3,1-7)

La scelta dunque di san Benedetto non fu fra l’intelligenza, la scienza, la sapienza e la stoltezza, l’ignoranza e l’insipienza. Fu fra due generi diversi, e opposti, di scienza, di sapienza, di intelligenza.

San Gregorio esprime questa distinzione con una delle sue frasi geniali, capaci di sintetizzare in un gioco di parole il nocciolo di una questione: “Recessit igitur scienter nescius et sapienter indoctus – Si ritirò pertanto consapevolmente ignorante e sapientemente incolto” (Dial. II, Prol.). Questa espressione descrive la coscienza con cui Benedetto è passato dal mondo alla vita monastica.

L’espressione fa capire che la scienza e la sapienza dipendono dalla stima o dal disprezzo con cui sono considerate, e la stima e il disprezzo dipendono dal punto di vista dal quale si guardano. Benedetto disprezza la scienza che il mondo stima, e stima la scienza che il mondo disprezza.

Si percepisce che la scelta di Benedetto comporta un disprezzo del mondo che si espone al disprezzo del mondo verso di lui. Chi è “nescius – ignorante” e “indoctus – non istruito” attira il disprezzo del mondo, la derisione del mondo. Benedetto assume questo disprezzo del mondo verso chi ne rifiuta i falsi valori. La libertà di chi lascia tutto per Cristo consiste anche nel disprezzare il disprezzo del mondo superbo verso la propria persona, e per questo la rinuncia ai valori mondani comporta anche una rinuncia a se stessi, al valore che diamo a noi stessi, per inoltrarsi in un cammino teso ad apprezzare e ad amare Dio più che se stessi. Ma è proprio lì che l’uomo scopre il vero valore di se stesso: la compiacenza di Dio, l’essere amato da Dio con predilezione.

Questa conversione al livello del valore che perseguiamo, al livello del tesoro verso cui è teso il nostro cuore, permette di inoltrarsi nella scoperta della realtà rivoluzionaria del Regno di Dio, rivoluzionaria nel senso letterale del termine, cioè rivoltata, capovolta. Al baratro, al precipizio, all’abisso in cui giace la scienza del mondo, corrisponde la montagna su cui si ascende per incontrare Dio, scoprendo che la realtà vera non è nell’abisso ma sulla montagna.

Che caratteristiche hanno allora la scienza vera, la vera sapienza rispetto alla scienza e sapienza del mondo?

Dall’esteriorità all’interiorità 

Nel quarto Libro dei Dialoghi, san Gregorio Magno torna a menzionare san Benedetto, narrando di “due fratelli di nobile stirpe e dotti negli studi profani” che “si sottomisero alla disciplina della sua Regola abbracciando la vita monastica” (Dial. IV,8). In latino, più che negli studi profani, si dice che questi due fratelli erano “eruditi negli studi esteriori – exterioribus studiis eruditi”.

La categoria dell’esteriorità ci aiuta a definire gli studi monastici nella categoria dell’interiorità. Anzitutto nel senso che gli studi monastici sono fatti all’interno della conversatio monastica, cioè devono essere integrati all’osservanza, ai luoghi, agli usi inerenti a questo stato di vita. Ma anche si intuisce che in essi è fondamentale l’aspetto di esperienza interiore, di approfondimento interiore, con il cuore, della conoscenza che si acquisisce.

In questo, evidentemente, santa Gertrude è una maestra d’eccezione, e altri, meglio di me, lo illustreranno in questo convegno. Ma, appunto, è proprio alla scuola di Benedetto che ella è entrata in questa scienza e si è lasciata penetrare da essa.

Come si impara la scienza nuova, rivoluzionaria rispetto a quella del mondo, e sperimentata interiormente, alla scuola di san Benedetto? Qui dobbiamo imparare dalla Regola. Sono cosciente di trovarmi davanti a un pubblico che non ha bisogno di essere istruito sulla Regola di san Benedetto, ma vale sempre la pena di rinfrescare la coscienza di come san Benedetto concepisce l’acquisto della sapienza monastica, cioè di come egli ci domandi di approfondire sempre di più la nostra formazione, proprio come aspetto fondamentale nel vivere la nostra vocazione. Perché, come abbiamo visto, all’inizio è questa scelta che egli ha fatto rinunciando al mondo, e sappiamo che è attraverso questa scienza nuova, interiore, umile, che l’influenza del monachesimo benedettino non ha formato l’Europa solo nell’organizzazione sociale, economica, e neppure soltanto nel culto divino, ma proprio come cultura, come coscienza nuova ed evangelica della realtà tutta.

Dicevo che l’abbandono dell’istruzione mondana non ha significato la rinuncia all’istruzione tout court, ma lo sviluppo personale e poi comunitario di una erudizione monastica profonda. La Regola è un’illustrazione palese di questo.

Già il suo inizio, “Ascolta, figlio mio, i precetti del maestro!” (RB Prol. 1), avverte che non si entra nella vita monastica senza entrare in un cammino di conoscenza, di istruzione. E non è un caso se la primissima qualità che Benedetto chiede all’abate, il primissimo compito che gli affida, proprio per incarnare la rappresentanza di Cristo nella comunità (Prol. 2), è quello dell’insegnamento: “L’abate non deve insegnare, stabilire e comandare nulla che sia estraneo al comandamento del Signore; piuttosto le sue disposizioni e il suo insegnamento devono cadere nell’animo dei discepoli come un fermento di giustizia divina. Si ricordi sempre l’abate che nel terribile giudizio di Dio saranno valutate tutte e due le cose: il suo insegnamento e l’obbedienza dei discepoli.” (RB 2,4-6)

Nel capitolo 64, ritornerà su questa insistenza, chiedendo che chi va scelto come abate deve esserlo considerando “il merito della vita e la dottrina di sapienza (sapientiae doctrina)” (RB 64,2). E aggiunge: “Gli è necessaria una conoscenza profonda della legge divina (doctum lege divina), perché sappia e abbia donde attingere cose antiche e cose nuove” (64,9).

Poi san Benedetto insisterà, e molto, anche sulla carità e misericordia dell’abate, sul suo essere immagine di Cristo buon Pastore, ma la prima nota di rappresentanza di Cristo su cui insiste è la dottrina, che rappresenti cioè per i fratelli il Cristo Docente, il Cristo Maestro. Ed è anzitutto così che l’abate incarna la paternità di Cristo, e sperimenta la sua fecondità nel generare discepoli e figli, discepoli che sono figli.

Questo rispecchia la coscienza chiarissima di san Benedetto, che si esprime nella Regola dalla sua prima parola alla fine, che l’inizio di ogni sapienza è l’ascolto. La Regola inizia con un invito esplicito a diventare figli tramite l’ascolto del maestro che è un pius pater, un padre buono (Prol. 1).

Se la scienza mondana che Benedetto ha disprezzato era tutta tesa al parlare, la scienza monastica mette invece l’accento sull’ascoltare, perché la preoccupazione non è più quella di farsi creatori di sapienza ma di accoglierla in dono da Dio.

C’è, nella Regola, una coscienza cristologica chiara di Cristo Verbo di Dio che, accolto nell’ascolto, ci rende figli del Padre: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). L’abate è dichiarato responsabile della sua dottrina, di quello che insegna, ma anche dell’obbedienza dei fratelli, ed è sciolto da questa responsabilità solo se nel giudizio finale potrà provare che lui non ha mancato nel trasmettere la verità, e che i fratelli hanno rifiutato di ascoltarlo (cfr. RB 2,8-10).

È chiaro fin dall’inizio della Regola che la sapienza dell’ascolto, e quindi del silenzio e dell’obbedienza, è essenziale alla vita monastica secondo san Benedetto, non tanto per essere istruiti e colti, ma per fare esperienza della vita nuova che Cristo ha portato nel mondo. La sapienza monastica è per lasciarsi generare dal Verbo di Dio, per rinascere da Lui e con Lui alla vita eterna.

La ratio studiorum di san Benedetto, e quindi di santa Gertrude 

E proprio nell’ultimo capitolo della Regola è come se san Benedetto fosse preso da una preoccupazione finale, come se scrivesse un testamento spirituale in cui esprime la sua preoccupazione che i suoi discepoli e figli possano illudersi di abbandonare la scienza del mondo, gli “studi esteriori”, senza coltivare seriamente gli studi cristiani, monastici, la scienza e la sapienza che l’avvenimento di Cristo, l’incarnazione del Verbo, ha portato nel mondo e che la Chiesa trasmette. È come se alla fine san Benedetto si preoccupasse di lasciarci la ratio studiorum per la formazione indispensabile che la vita monastica deve comportare. E dice esplicitamente che la sua è “una minima regola per principianti” (RB 73,8), e che se non ci serve per iniziare un approfondimento e uno studio che ci formi nell’alveo di tutta la tradizione cristiana e monastica, la Regola sarà un inizio incompiuto.

Rileggiamo la ratio studiorum et formationis di san Benedetto:

“Chi aspira alla pienezza di quella vita dispone degli insegnamenti dei santi Padri, il cui adempimento conduce all’apice della perfezione. C’è infatti una pagina, anzi una parola, dell’antico o del nuovo Testamento, che non costituisca una norma esattissima per la vita umana? O esiste un’opera dei padri della Chiesa che non mostri chiaramente la via più rapida e diretta per raggiungere l’unione con il nostro Creatore? E le Conferenze, le Istituzioni e le Vite dei Padri, come anche la Regola del nostro santo padre Basilio, che altro sono per i monaci fervorosi e obbedienti se non mezzi per praticare la virtù?” (RB 73,2-6)

Ecco, immaginiamoci come santa Gertrude deve aver accolto queste indicazioni di san Benedetto, come devono aver risuonato in lei, nella sua vita quotidiana, nel suo ascolto della Parola di Dio, nel suo vivere la liturgia, nell’ascolto delle letture che si facevano in refettorio, e nelle letture personali. Non sono in grado di esporlo io, ma mi sembra evidente nei suoi scritti e in quelli su di lei, che è con questo spirito che si è formata, tutta la vita. Ed è così che ha alimentato i suoi “studi interiori”, cioè la conoscenza attraverso l’esperienza interiore e vitale della verità che accoglieva da Dio e tramite la Chiesa e la sua tradizione.

È così che Gertrude è diventata colta, dotta, dottora, una discepola che poteva essere maestra. Perché quando la scienza e la sapienza si formano dentro un’esperienza di quello che si ascolta, che si impara, che si legge, la persona stessa diventa autorevole, con la sua vita e quindi anche con la parola, perché la parola è una delle espressioni della vita.

All’interno di una tradizione 

Il capitolo 73 della Regola descrive una formazione alla sapienza cristiana che san Benedetto vuole permanente, un tipo di formazione che in fondo solo chi vive in monastero si può permettere. Chi si potrebbe permettere nel mondo, in famiglia, le ore di lettura, di ascolto, di meditazione che san Benedetto prevede nella Regola? Purtroppo anche nei monasteri non si ha più molto tempo per questo, o si crede di non averlo.

Va notato però che, se gli studi previsti qui da san Benedetto sono ricchi, non mancano di essere “interni”. Non solo perché sono studi non previsti normalmente fuori dai monasteri; si tratta anche di studi fatti dentro una tradizione ben definita, claustrale, dentro la tradizione biblica, dentro la tradizione patristica cattolica (in senso ampio, che abbraccia la tradizione orientale e occidentale della Chiesa), e dentro una tradizione monastica, di esperienza monastica, di vita monastica sperimentata dai padri del deserto e dai padri che hanno dato loro voce e evidenza, basti pensare alla Vita di sant’Antonio scritta da sant’Atanasio.

San Benedetto descrive così un ambito di ortodossia, di tradizione verificata ed approvata, dentro il quale attingere la sapienza di vita monastica che alimenti la conversatio, cioè una personalizzazione dell’esperienza ricevuta che a sua volta può e deve diventare fonte di sapienza ed esperienza per la Chiesa.

In questa ricezione di una tradizione che diventi esperienza di vita e vita di esperienza, oggi siamo in profonda crisi, in particolare e anzitutto nei monasteri. Per questo abbiamo bisogno più che mai di dottori di vita, di maestri di vita. Oggi abbiamo bisogno più di chi ci insegni ad imparare che di chi ci insegni qualcosa. I veri formatori sono quelli che costantemente si formano, i veri maestri sono i permanenti discepoli.

È anche in questo senso che possiamo interpretare l’opzione iniziale e permanente di san Benedetto: quella di vivere “scienter nescius et sapienter indoctus”. Perché questo significa sentirsi sempre ignoranti, mai abbastanza istruiti, e quindi vivere in una sete e ricerca costanti e mai soddisfatte di conoscenza e di sapienza. Infatti, chi desidera conoscere Dio, gustare Dio, e la verità che irradia da Lui, entra in una scuola in cui non si finirà neanche in Cielo di imparare, di accogliere, di ricevere, di conoscere l’oggetto infinito del proprio desiderio.

È questo un aspetto che mi colpisce sempre in santa Gertrude: la sua continua ricerca, le sue sempre rinnovate scoperte, il non fermarsi mai nel processo di conoscenza di Dio, di Cristo, e di tutte le verità che dalla conoscenza di Dio si riflettono sull’esperienza umana.

La scienza nuova di Gertrude, la sua scienza sorgiva è la sua esperienza interiore dell’ascolto di Dio, del Verbo che la raggiunge soprattutto attraverso la Sacra Scrittura e la liturgia, o meglio: la Sacra Scrittura nella liturgia.

Per crescere davvero in una conoscenza, è necessario l’atteggiamento umile di riconoscere un’ignoranza, un non sapere ancora tutto, un vuoto in sé di conoscenza e di esperienza del vero. Riconoscersi nescius e indoctus è la condizione della vera scienza, dell’autentica sapienza, e soprattutto di una conoscenza che rimane sempre aperta alla realtà come qualcosa di sempre più grande della ragione, della nostra capacità di cogliere la verità. E quanto più questa umile confessione di ignoranza è indispensabile per inoltrarci nella conoscenza della Realtà che ci trascende, la realtà di Dio, origine di ogni essere e conoscenza!

Santa Gertrude, ogni volta che una parola della Scrittura la colpisce, ogni volta che Gesù stesso le parla, ogni volta che intuisce una verità teologica, lo vive sempre come una scoperta, mai come una creazione o un’invenzione. Lo fa quindi con stupore, sentendosi indegna eppure travolta da una bellezza, da una verità che la riempie di gratitudine, che dilata il suo cuore e lo apre. E allora si esprime, deve testimoniare, deve parlarne, deve trasmettere. La scienza e la sapienza che riceve nella capacità umile della sua coscienza di ignoranza e mancanza di istruzione, le deve trasmettere, perché si sente troppo piccola per trattenere tutto in sé. Ma lo fa con una bambina, piccola e grata, che grida la sua meraviglia.

Un solo esempio, ma molto bello, dal secondo libro de L’Araldo del Divino Amore: “Ti offro le mie azioni di grazie, o mio Dio amantissimo e amante degli uomini, attraverso la reciproca gratitudine della sempre adoranda e veneranda Trinità, per questo e i molteplici salutari insegnamenti, attraverso i quali Tu, il migliore dei maestri, tante volte hai istruito la mia insipienza!” (II,18,2)

Lo stupore, la meraviglia, iniziano dall’umiltà di riconoscersi ignoranti e inesperti.

Per questo, credo che il danno maggiore che potremmo arrecare alla sapienza e dottrina di santa Gertrude, è quello di fare di lei soltanto una veggente, una santa di esperienze e rivelazioni mistiche, annullando dalla sua opera la ricchezza di riferimenti alla Sacra Scrittura e alla tradizione liturgica, patristica e monastica che Gertrude ha coltivato in obbedienza alla Regola di san Benedetto.

I suoi riferimenti alla Parola di Dio e ai testi della liturgia, non sono ornamenti, ma le fonti della sua dottrina, anche di quella che le rivelazioni soprannaturali vengono a confermare, approfondire e dilatare. È un po’ come per le citazioni bibliche di cui è costellata la Regola di san Benedetto. Non sono semplici ornamenti, ma le fonti che danno alla Regola la sua autorevolezza e profondità.

Gertrude ci trasmette una formazione in atto alle sorgenti della rivelazione di Dio all’uomo. In questo, la sua dottrina, prima che trasmetterci contenuti (che pure ci sono e molto ricchi e originali), ci trasmette il metodo cristiano e monastico di essere discepoli, di lasciarsi formare dal Verbo di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto.

Una scelta da aggiornare 

Oggi è urgente aggiornare alla situazione culturale (e interculturale), psicologica e intellettuale dell’uomo contemporaneo la possibilità e la modalità far nostra l’esperienza di san Benedetto, come Gertrude, alla scuola dei Cistercensi, l’ha aggiornata al suo tempo, alla sua cultura e sensibilità.

Cosa può voler dire per un giovane di oggi, che normalmente disprezza la cultura classica senza bisogno di temere di scivolare con essa in un abisso di perdizione, passare dalla scienza e sapienza del mondo alla scienza umile di chi desidera piacere solo a Dio? Come vanno definiti oggi gli “studi esteriori”, la scienza mondana, che oggi trascina l’uomo in un baratro di non senso e di vuoto esistenziale?

Oggi, non è certo la cultura classica che trascina l’uomo nel nulla, anzi!, ma piuttosto la cultura superficiale che i nuovi media inculcano, e a cui si è consegnati, “tràditi”, fin dall’infanzia. E questi “studi esteriori”, oggi entrano all’interno della mente e del cuore senza che neppure ce ne accorgiamo. L’uomo contemporaneo è abitato dall’esteriorità, alienato dall’intimità sacra dell’io creato ad immagine e somiglianza di Dio e per la comunione con Lui.

Forse c’è proprio bisogno che dei nuovi Benedetto e delle nuove Gertrude rinuncino a questa scienza, che per il mondo sembra irrinunciabile, per viverla in modo nuovo, libero, dal di dentro di un’esperienza di Dio e della vita che i monasteri sarebbero chiamati ad educare e testimoniare.

Quando Benedetto lasciò gli studi mondani, lo fece da solo. Probabilmente, chi lo vide fare questa scelta lo derise, perché visto dall’esterno, chi è scienter nescius et sapienter indoctus, sembra solo nescius e indoctus, sembra solo ignorante e senza cultura, mentre che la scienza e la sapienza a cui questa scelta conduce, che questa scelta rende possibile, nel silenzio e la pazienza, restano spesso invisibili al mondo. Anche san Paolo è stato deriso, proprio all’Areòpago di Atene, per aver scelto “la stoltezza di Dio più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio più forte degli uomini” (cfr. 1 Cor 1,25).

Ma se questi uomini e donne, se questi santi, non avessero fatto questa scelta, ben più rivoluzionaria del ’68, oggi il mondo intero sarebbe forse privo di sapienza, e quindi di umanità, quella nuova e divina donata al mondo nel Verbo di Dio incarnato.

Maestro di umanità 

Nel silenzio e nella solitudine di Subiaco, Benedetto è cresciuto nella scienza nuova del Vangelo, tanto che dopo tre anni, quando dei poveri pastori della regione, a cui Gregorio Magno attribuisce poco gentilmente una “mente bestiale”, lo scoprono, cominciano a venire a cercare in lui un maestro di vita e di pietà che li umanizza. “Le sue parole, scrive sempre Gregorio, erano un nutrimento di vita che essi riportavano con sé nel loro cuore” (Dial. II,1).

Questo episodio prova anzitutto che i tre anni di solitudine non furono senza lettura, studio e meditazione, almeno della Sacra Scrittura. Ma soprattutto che la scienza ignorante di san Benedetto è diventata subito feconda di un avvenimento pasquale. La scelta della scienza ignorante ha permesso a Benedetto una sorta di discesa agli inferi dell’ignoranza bestiale dei suoi fratelli uomini, per risorgere al dono e alla trasmissione di una sapienza del cuore capace di rendere umana la vita.

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