Fra Edmondo Maria Fusciardi 1875-1897

Fra Edmondo Maria Fusciardi 1875-1897

Napoli 7 gennaio 1897 Ospedale militare della SS. Trinità, ore 11.00.

Un gruppetto di militari, guidati dal tenente colonnello del Genio, il cav. Audini, visita la cupola della chiesa dell’ospedale adiacente alla farmacia. Il sopralluogo era stato richiesto per verificare la possibilità che la cupola potesse crollare. Terminata la verifica, i militari rassicurano la direzione ospedaliera: per il momento possono stare tranquilli!

Alle ore 14.00 il direttore dell’ospedale, il cav. Alvaro, preoccupato per la caduta di calcinacci nella chiesa, chiama nuovamente il genio. Mentre i militari discutono sull’opportunità o meno di entrare nell’edificio religioso per verificare le  eventuali lesioni, un boato assordante, seguito da un’enorme nuvola polvere e calcinacci, travolge la zona e il personale dell’Ospedale: la cupola è crollata! È un fuggi fuggi; polvere e calcinacci, soldati e pompieri cercano di trarre in salvo le persone rovinate sotto le macerie. Terminato lo sgomento suona l’adunata, il furiere Stilo fa l’appello. Più o meno acciaccati tutti presenti, tutti ranne uno, il soldato Crescenzio Fusciardi che verrà estratto dalle macerie ormai esanime.

Napoli, 9 gennaio 1897, ore 12.00 giardino antistante l’Ospedale militare della  SS. Trinità, si svolgono i funerali del soldato Fusciardi.

«La salma dalla camera mortuaria è stata trasportata a spalla fino al carro dai furieri Staffa, Santirocco, Ferrari e De Notarsi. Nel giardino dell’ospedale, presenti gli ufficiali e tutta la compagnia, il caporale De Michele commosso ha detto: Compagni! Toccava proprio a me deporre il pallido fiore della mestizia e del pianto su questa salma benedetta? Proprio a me solvere l’ultimo tributo di un santo affetto, che con dorati vincoli a lui mi stringeva?

Quest’oggi i nostri cuori sono nuovamente commossi innanzi alla sventura; noi piangiamo nuovamente avanti la salma d’un martire del dovere.

Crescenzio Fusciardi, l’amico, il compagno di quanti lo conobbero, è innanzi a noi freddo, esanime, vittima di un immane disastro. Chi non conosce di questo giovane la bontà di vita pubblica e privata, nel tempo che ci fu dato di conoscerlo, di amarlo?

Dato un vero addio ai diletti del secolo, egli abbracciava una vita regolare seriamente austera; le virtù del chiostro noi le ignoriamo, ma possiamo argomentare da quelle che praticò nei dieci mesi di vita militare. Non ricorderò le notti insonni da lui passate  al capezzale dei tifosi e dei tubercolotici, pronto sempre a qualsiasi sacrificio; e chi è pratico di un ospedale solo può comprendere l’abnegazione che tale servizio richiede, e se vera abnegazione non fosse quella del nostro compianto amico si levi pure a negarlo chi vuole. Non ricorderò i pesanti lavori da lui sostenuti con serenità e dolcezza in qualità di disponibile durante il duro periodo che attraversò questo stabilimento quando le nostre cure erano tutte per i reduci d’Africa. Non è d’uopo parlarvi come si mostrasse ossequiente, rispettoso, pronto ad ogni ordine dei suoi superiori; con quanta amorevolezza disimpegnasse il servizio di attendente dei sott’ufficiali e di aiutante di farmacia cui era stato ultimamente addetto. No, queste cose son troppo a voi note per ricordarvele. Crescenzio Fusciardi fu un angelo nella sua vita privata; lo conobbi umile, dolce, pio, ma di una umiltà sincera di una dolcezza serena, impassibile, di una pietà vera, non ostentata. Io lo amai, perché ne sentivo il dovere, e l’amaste voi pure e quanti ebbero la sorte di avvicinarlo.

Egli fu vittima di un disastro, martire di una catastrofe, ma oppresso dalle macerie, vicino a morire, non dimenticò la religione, e con un fil di voce, come chi si lamenta da un sepolcro, chiese delle sue colpe l’assoluzione in extremis, e l’ebbe: un sacro ministro, compagno di sventura, ma non vittima come lui, gliela impartì e la sua bell’anima volò al cielo tra gli angioli, ove in vita era stata rivolta al sua mente. Crescenzio io mi inginocchio e bacio la tua salma benedetta: tu fosti rapito al nostro affetto, all’affetto dei tuoi cari, senza conforto d’un bacio materno! Povero Crescenzio! La vita non ti arrise e non potesti dir morendo … alma terra natia. La vita che mi deste ecco ti rendo. Tu lasciasti un vuoto immenso nei nostri cuori, e noi ci confortiamo nel pensiero che tu sii beato ….

Quindi si è formato il corteo: i pompieri e i soldati lavoranti tra le macerie hanno reso gli onori alla salma, mentre una folla imponente, compatta si scopriva reverente, commossa. Precedeva la musica dei nostri pompieri, venivano poi un drappello di pompieri – gentile  il  pensiero  del sindaco e di quel comandante ing. commendator Triozzi – un plotone della decima Compagnia di sanità al comando del caporale Ballerini con le sciabole sguainate, poi un carro bellissimo a sei cavalli. Sulla bara tre bellissime corone, una degli ufficiali medici e contabili e dei farmacisti, l’altra dei sottufficiali, una terza dei caporali e soldati. Seguivano in alta uniforme il capitano medico signor De Cesare, i tenenti Fusco, De Prisco, Villani, Fiorentino ed altri, il farmacista sig. Amatruda, moltissimi amici, parenti e tutta la Compagnia di sanità col furiere maggiore Stile.

I bravi militi della decima Compagnia sanità hanno deciso di comperare pel caro compagno una tomba Cimitero Nuovo di Poqqioreale».

Al di là della retorica dell’epoca il discorso del caporale De Michele mette in luce le note salienti di questo giovane soldato e ci svela la sua vera identità quando ricorda: dato un vero addio ai diletti del secolo, egli abbracciava una vita regolare seriamente austera. La giovane recluta altri non era che dom Edmondo Maria Fusciardi monaco cistercense dell’abbazia di Casamari.

Per capire come mai si trovasse arruolato nell’esercito italiano in quel luogo lontano dal suo amato monastero, è necessario fare una svolta a ritroso tempo.

Crescenzio Fusciardi nacque il 29 luglio 1875 a Casalattico, diocesi di Sora e, in quel tempo, provincia di Caserta ed ora di Frosinone. Fu chiamato Crescenzio in ricordo del nonno materno. I genitori Livio e Giovanna Porzia Forte, lo educarono ad robusta fede cristiana. A dieci anni fu ammesso al sacramento dell’ Eucarestia e da allora si accostò alla mensa eucaristica con grande raccoglimento e pietà.

Il 30 aprile 1887, il fratello  Antonio  (don  Eugenio  Maria),  maggiore  di  lui  quattro anni entrò nell’abbazia cistercense di Casamari. Crescienzo, intenzionato a seguire l’esempio del fratello. Si confidò con i genitori i quali assecondarono il suo desiderio e lo affidarono alle cure del parroco perché fosse istruito nella lingua latina. il sacerdote così lo ricorda: «Crescenzio Fusciardi si comportava tanto lodevolmente nel disimpegno dei suoi doveri che, se alcuna volta veniva da me rimproverato per non aver totalmente preparato quanto gli si era assegnato, egli possedeva una così nobile maniera di sottomissione da farmi sempre pentire dei rimproveri fattigli».

Sin da ragazzo, quando “sentiva aria” di discorsi indecenti subito, facendosi rosso in viso, si allontanava. Mantenne tale atteggiamento anche durante il servizio militare tanto che veniva chiamato il colombo «egli ingenuo sempre, pazientava assiduamente alle beffe e ai dileggi di cui era fatto segno da certi soldati indecenti».

Finalmente il 28 maggio 1891 poté entrare a Casamari come aspirante chierico corista. In quel tempo l’abbazia era guidata dall’abate dom Gabriele M. Paniccia. Il 1̊ ottobre 1891, l’abate riunì il Consiglio del monastero affinché fossero esaminati i candidati alla vestizione monastica; erano tre: Crescenzio Fusciardi, Alessio Secchioni e Giuseppe Pizzutelli. Gli esaminatori interrogano uno ad uno i postulanti e li trovarono di buona volontà ma poco istruiti nella lingua latina. A quest’ultima pecca l’abate soprassedette: “avranno tanto tempo per imparare il latino!”. Il 3 ottobre avvenne la vestizione monastica e con essa l’inizio del noviziato, a Crescenzio, fu cambiato il nome: da oggi in poi si chiamerà dom Edmondo Maria. Durante il noviziato, sotto la direzione del padre maestro, dom Alberico M. Lombardi, il fervore del giovane novizio andò via via aumentando. Il 1̊ settembre 1892 la comunità monastica ammette, a pieni voti, dom Edmondo e don Nivardo alla professione semplice. Il 31 ottobre 1892 i due novizi emisero i primi voti monastici.

La vita monastica di dom Edmondo trascorse serenamente tra l’osservanza della Regola e lo studio; quotidianamente si impegnò ad approfondire la vita monastica – secondo gli Usi trappisti di Casamari – da lui liberamente scelta. Si ricorda che durante le malattie che lo colpirono in quel periodo era solito dire: “Sia tutto per amore di Dio, sia fatta la volontà di Dio”. Mai lasciò l’ufficio divino nemmeno quando era febbricitante; sempre ubbidiente, modesto, docile, attento ai propri doveri e pronto agli atti comuni. La sua camera era pressoché spoglia: un semplice tavolo, una piccola libreria, una sedia, un lume e un pagliericcio. Appeso ai muri un crocifisso, un quadro della Sacra Famiglia uno di san Bernardo e uno di san Gerardo Maiella.

Il suo aspetto è così decritto dal fratello dom Eugenio: “Di statura piuttosto alta; il suo andare era diritto, grave e mansueto: la su testa fu di giusta grandezza e ornata da capigliatura folta di colore castagno: suo volto alquanto oblungo e tinto sempre di un colore rosso; la fronte poco spaziosa: gli occhi piccoli di color marrone che erano quasi di continuo chinati a terra e rivelavano una meravigliosa ingenuità, e sopra di essi le sopraciglia s’incurvavano folte e nere: il naso funghetto e sottile; le labbra piccole e sempre in atteggiamento di sorriso

Il 10 maggio 1894 ebbe la gioia di vedere ammeso al noviziato il fratello Emilio (dom Michele Maria).

La vita del giovane monaco procedeva serenamente quando, come un fulmine a ciel sereno, giunse la chiamata alle armi. Dom Edmondo era il primo, dopo il 1870, cui toccava prestare il servizio militare: i Patti del Laterano erano ancor lontani dall’essere stipulati perciò sacerdoti e religiosi non erano esentati dalla leva.

Il giorno della partenza fu un giorno triste per Edmondo e per la comunità monastica di Casamari;  così  viene  decritta  dal  cronista  del  monastero:  “Una scena  commoventissima si è tenuta alle sei e mezzo in questa casa; poiché nell’uscire da Prima tutti ci siamo doluti per la separazione del nostro confratello d. Edmondo Maria Fusciardi che il governo ha chiamato al suo servizio a fare il militare. Tutti l’abbiamo abbiamo abbracciato dandogli il bacio di pace e ci siamo ritirati cogli occhi pieni di lacrime”.

A Frosinone lo accompagnarono l’abate e il fratello Vincenzo. Si cercò in tutti i modi di farlo assegnare al corpo di Sanità in Roma. A tale scopo l’abate, dom Stanislao White, superiore della Badia di Valvisciolo, e il fratello Vincenzo nulla lasciarono di intentato. Il 23 febbraio il soldato Crecenzio Fusciardi partì alla volta di Napoli e il 15 marzo fu assegnato all’ospedale militare della SS. Trinità nella città partenopea.Il cardinale Guglielmo Sanfelice, che conosceva Casamari, prese a ben volere  dom  Edmondo  e spesso lo voleva alla mensa arcivescovile. Tale predilezione fece sì  che  la  giovane recluta fu chiamata “soldato cardinale” . Dom Gabriele più di una volta si recò a Napoli per rincuorare il figlio lontano. L’ultima di queste visite fu commovente: nell’atto di congedarsi dom Edmondo piangeva, l’abate per consolarlo gli indicò un’immagine di Maria dipinta su di un muro e gli disse: “Ecco vostra madre, a lei vi affido; pregatela sempre che vi aiuti”. Edmondo si inginocchiò per ricevere la benedizione dell’abate che, per evitare che fosse deriso dai militari presenti, lo invitò ad alzarsi, ma con grande forza d’animo Edmondo rispose: “non importa, padre mio, anzi me ne glorio”.

Durante il servizio militare il suo pensiero fu sempre per Casamari e per i suoi confratelli lontani a cui scriveva commoventi lettere. Il 10 giugno 1896 scriveva: “Carissimi Confratelli fu immensa la gioia che gustò il mio povero cuore nel sentire che dom Francesco e dom Stefano si sono del tutto liberati dalla leva, ora restavi dom Nivardo, il quale speriamo che il Signore voglia liberarlo del tutto, ma se per disgrazia ciò non sarà, non si deve troppo scoraggiare. So che la vita militare è dolorosa tanto, che molti non potendo sopportare il suo doloroso peso, giungono persino a togliersi la propria vita. Ma noi che sappiamo che tutto quello che avviene, avviene per divina disposizione e per nostro maggior bene, dobbiamo inchinar la testa al divino volere. Egli ci vuol così insegnare qual dev’essere la prontezza nell’ubbidienza, alla sollecitudine nell’adempiere i propri doveri, il rispetto ai superiori e via dicendo … Pertanto non cessate giammai di rendere infinite grazie al Signore, poiché la grazia che vi concede di restar tranquilli nel felice porto della religione è inestimabile; si, oh quant’è inestimabile! Dovete sapere che io sfortunatissimo, ritrovandomi nel mezzo del burrascoso secolo, mi avveggo per ogni dove circondato da infiniti pericoli, e che fin da quella fatal mattina in cui mi dovetti spogliare di quelle sacre lane, abbandonare la cara solitudine, e che? Dipartirmi perfino dai miei più cari confratelli, non ho più trovato pace e tranquillità. Dhe, pregate adunque il Signore per me, affinché abbreviando questi infelicissimi giorni, possa ritornare ad indossare fra voi quelle sacre divise, le quali renderanno la perduta pace al mio afflitto cuore”.

Un’altra  lettera,  datata  il  4  settembre  1896,  così  riporta:  “Carissimi  confratelli   nel ricevere dalle mani di mons. Deo, alla presenza di persone a noi carissime, la già tanto aspettata lettera, proruppi spontaneamente in un solennissimo: oh finalmente! Ora similmente pare che esclamino ancor loro all’arrivo della presente. Sono certo che non ascriveranno a colpa un sì lungo mio ritardo, e fiducioso nella generosità dei loro cuori, sempre a me stretti nell’affetto e nella preghiera, specie poi ora che mi ritrovo sotto il giuoco della milizia, il quale se ci ha separati col corpo, ha reso più forte il vincolo dell’amicizia. La loro lettera fu per il mio preoccupato animo di  gran  sollievo;   poiché   in   essa,   dopo   aver   letto   il   loro   florido   stato   di   salute   e di tutti gli altri padri e confratelli, lessi con indicibile gioia la bramata notizia che il povero priore di San Domenico, dom Anqelo, non solo era già uscito dal pericolo, ma che migliorava assai; spero che ora sia del tutto guarito. Ringrazio l’ottimo dom Nivardo il quale compiacquesi parteciparmi il suo felice risultato nella visita militare; speriamo che la Vergine Santissima e il misericordioso Gesù vogliono liberarlo del tutto, disponendosi che io sia l’unico che in mezzo ai carissimi confratelli, che, costretto a lasciare la dolce solitudine, sia esposto a cozzare, quasi orfanello, contro gli immensi pericoli che il corrotto secolo ci presenta ogni dove… .

Termino col raccomandarmi alle loro caldissime preghiere, come pure a quelle dei rev. Sacerdoti e confratelli tutti affinché il Signore mi abbrevii questi tristi giorni. Dopo di aver chiesto al p. Abate la s. benedizione e mandati mille affettuosi saluti al p. Maestro, dom Luigi, dom Felice, dom Lorenzo, dom Giuseppe e a tutti della religiosa comunità, abbraccio loro tutti col più tenero affetto”.

L’affetto che dom Edmondo nutriva per la sua comunità monastica era grandemente ricambiato dai suoi confratelli particolarmente dai suoi compagni di studi. Questi scrivevano per le feste natalizie del 1896:

Amatissimo Confratello, assecondando il nostro Rev. mo Superiore i tuoi voti, ci ha suggerito di scriverti due righe per la imminente ricorrenza del S. Natale; noi lo facciamo di gran cuore, perché anche tali sono i nostri voti.

Sappi dunque che noi, nella nostra pochezza, giammai ti obliamo avanti al Signore; ma se ciò fu nel passato in questi santi giorni specialmente ci faremo un dovere di raddoppiare le preghiere per te; si carissimo don Edmondo, noi supplichiamo il divin Pargolo acciò ti conservi sempre lo spirito religioso nel cuore e la sanità nel corpo; affinché ti conforti e ti avvalori nella presente tua situazione a fronte di tante difficoltà ed ostacoli che s’incontrano nella vita militare, e ben presto ti riconduca in quel nido donde leggi militari te ne allontanarono. Altro non aggiungiamo, se non che di ricordarti tutti quei salutari avvisi, suggeriti dal Rev. Mo P. Abate, e se malagevol ti riuscirà metterli in pratica in mezzo a tante distrazioni, ti preghiamo di fabbricare dentro di te una cella, dove nessuno al mondo potrà distrarti ad esempio della Santa di Siena … Infine tutti con effusione d’affetto salutandoti e rin-novandoti gli auguri ci soscriviamo tuoi aff. mi confratelli (seguono le firme)”.

Il 3 gennaio 1897, il cardinale Sanfelice, dopo essere stato confortato, tra gli altri, da Edmondo, rese l’anima a Dio. Nella solennità dell’Epifania il “soldato del cardinale” si recò dai Domenicani di San Domenico Maggiore, si confessò e partecipò alla mensa eucaristica in suffragio del cardinale benefattore. Il 7 gennaio di buon mattino prese servizio nella farmacia dell’Ospedale militare  della SS. Trinità. Con lui c’erano altri ecclesiastici che svolgevano il servizio di leva.

Quando la cupola crollò, Edmondo e un sacerdote, don Girolamo  Merolla,  furono travolti dai calcinacci; Edmondo sentendosi venir meno chiamò il compagno di sventura e disse: “Merolla dammi l’assoluzione che san morto”. Il sacerdote lo assolse ed Edmondo tacque per sempre. Dopo un’ora fu estratto dalle macerie; il corpo non presentava gravi lesioni, la morte, quindi, giunse per asfissia.

L’8 gennaio la notizia giunse a Casamari: «Finite le grazie della mensa e recitato l’Angelus in coro ci avviavamo per rientrare nelle nostre celle, quando ecco il Padre Abate che ci viene ad incontrare, e tutto pallido cogli occhi rossi dal pianto ci rimanda in chiesa a reci-tare tre Pater, Ave e Gloria a San Giuseppe … Che era successo mai? Non si poteva sapere niente, solo si sapeva che era giunto un telegramma da Napoli e nient’altro. Quand’ecco alle quattro il Re. mo P. Abate ci dice che il nostro confratello d. Edmondo è morto e ce lo dice con tanto dolore che credavamo quasi impazzisse tanto era il suo smarrimento che non sapeva più quel che si dicesse; e noi altri a tale annunzio restammo quasi di stucco, tutti storditi e balordi, l’uno guardava l’altro, ed in faccia a ciascuno altro non si leggeva che la costernazione”.

In quelle tristi giornate molte furono le persone che parteciparono al dolore dei famigliari, dell’abate e della comunità monastica di Casamari. Dom Stanislao White, che già si era prodigato per far sì che Edmondo fosse assegnato al Corpo di sanità, fece la spola tra il suo monastero, Valvisciolo, e Casamari per rincuorare l’abate e i monaci. A Casamari giun-sero anche parecchie lettere di condoglianze; l’ex direttore spirituale di dom Edmondo, padre Giuseppe M. Kennellery scriveva dal monastero di Mount Melleray: “Avendo letto con grandissimo dolore nel giornale La voce della Verità gentilmente mandatomi da dom Stanislao White, la disgrazia accaduta in Napoli, mi faccio premura di partecipare a V. S. R.ma e a tutti codesti ottimi religiosi la vivissima condoglianza mia per la morte del carissimo d. Edmondo Fusciardi. Lo amavo tanto, e speravo quasi rivederlo un giorno sotto il cielo ridente di “Terra di Lavoro”. Qui abbiamo pregato tutti per lui. Sia pace all’anima sua”. Il 9 gennaio dopo terza, la comunità celebrò la Messa di Requiem con l’assoluzione al tumulo sul quale fu deposta la bianca cocolla di dom Edmondo che tanto aveva sognato di indossarla nuovamente. I suoi resti mortali, dopo i funerali, furono inumati nel cimitero di Napoli: dapprima  nella sepoltura della Congregazione del Bambino e in seguito in una  nicchia  fra i  sacerdoti defunti  di Santa Maria della Pace.

DOWNLOAD PDF

 

Chiudi il menu