Fra Stefano Casareggio († 1719)<br>Fra Palemone Naselli (1710-1742)<br>Fra Vito Giannelli (1722-1745)<br>Fra Zosimo Rosnati (1718-1748)<br>Fra Benedetto Ponzio (1725-1749)<br>Fra Arsenio Peretti (1700-1752)<br>Fra Stefano Del Toro (1724-1753)

Fra Stefano Casareggio († 1719)
Fra Palemone Naselli (1710-1742)
Fra Vito Giannelli (1722-1745)
Fra Zosimo Rosnati (1718-1748)
Fra Benedetto Ponzio (1725-1749)
Fra Arsenio Peretti (1700-1752)
Fra Stefano Del Toro (1724-1753)

Fra Stefano Casareggio († 1719)

Fra Palemone Naselli (1710 – 1742)

Fra Vito Giannelli (1722 – 1745)

Fra Zosimo Rosnati (1718 – 1748)

Fra Benedetto Ponzio (1725 – 1749)

Fra Arsenio Peretti (1700 – 1752)

Fra Stefano Del Toro (1724 – 1753)

Fr. STEFANO (Francesco) CASAREGGIO 

Era nato a Corio (diocesi di Albano) dove svolgeva la professione di sarto.

Nel 1710 entrò, in qualità di fratello converso, nella trappa di Buonsollazzo. Qui fu rivestito dell’abito religioso e dopo tre anni emise la professione dei voti solenni (secondo una biografia, emise la professione dei voti solenni nel 1710).

Per la sua vita esemplare, Fr. Stefano fu inserito dall’abate Giacomo Soüvalle nel primo gruppo di monaci che nel giugno 1717 avviarono a Casamari la riforma. L’anno successivo, l’abate lo inviò nel monastero di San Domenico con la mansione di custode del santuario insieme al monaco sacerdote Silvano Ceraschi. Egli, benché obbediente e ben disposto a fare penitenza, soffriva molto la lontananza dalla comunità e lo confidò all’abate il quale lo tranquillizzò ricordandogli che l‟obbedienza valeva più di tutte le penitenze e che Dio gli avrebbe certamente concesso di finire i suoi giorni in mezzo alla sua Comunità. Così, infatti, accadde.

Fr. Stefano fu colpito da una malattia che lo costrinse a letto per quattro mesi. Il 21 agosto 1719 i monaci di Casamari si recarono, come loro abitudine, a San Domenico per la ricorrenza della dedicazione della chiesa, visitarono Fr. Stefano e gli amministratori sacramenti. Il giorno successivo, dopo la celebrazione dei secondi vespri, Fr. Stefano si ad addormentò serenamente nel Signore attorniato dai suoi confratelli, come aveva ardentemente desiderato e come gli era stato promesso dall’abate.

I suoi funerali furono solenni. Vi presero parte, insieme ad un gran numero di fedeli, il duca, la duchessa di Sora ed altri personaggi illustri che vedevano in Fr. Stefano un religioso di straordinarie virtù. Il superiore e i religiosi di Casamari avrebbero voluto portare il feretro a Casamari e seppellirlo nel cimitero dei monaci, ma dovettero cedere alle insistenze dei suddetti duchi di Sora e del popolo che volevano seppellire Fr. Stefano a San Domenico. E così la sua salma venne tumulata nella cripta davanti all’altare di san Domenico.

Fr. P ALEMONE (Pietro) NASELLI 

Nativo di Firenze, visse il primo periodo della sua gioventù nella più sfrenata dissolutezza. Lo stato di incoscienza del suo sregolato tenore di vita tale che volle addirittura entrare nello stato clericale! Toccato e illuminato, però, dalla grazia, decise di cambiare vita e di espiare con la penitenza le colpe passate. Chiese e ottenne di essere accolto nella trappa di Casamari dove, fin dai primi giorni, si  sottomise  umilmente  alla  disciplina  monastica  e  al  rigore  della  vita  trappista  da  suscitare meraviglia negli altri religiosi che, a stento, potevano credere che quel giovane così esemplare potesse aver condotto precedentemente una vita deplorevole.

Fu vestito novizio corista, all’età di 29 anni, dal Vicario abbaziale il 1 luglio 1739 ed emise la professione dei voti semplici il 2 luglio dell’anno successivo.

Umile e obbediente verso tutti, si diede ad una vita di estrema penitenza e di fedele osservanza, anche nei minimi dettagli, della Regola e degli ordinamenti monastici. Il suo biografo, ne “I Prodigi della Grazia”, così ne riassume la vita: “Infaticabile nei lavori, pronto a ogni penitenza, amante delle umiliazioni, raccolto nell’Ufficio Divino, frequente ali ‘orazio e, caritatevole verso i confratelli, rispettoso verso tutti, mortificato nei suoi sensi, padrone di se stesso, sempre allegro, sempre quieto, sempre sereno e ricco di tante virtù che erano di consolazione ai buoni, di stimolo ai deboli, di edificazione a tutti, mentre lui non vedeva altro nella sua condotta che imperfezioni e colpe, umiliandosi perciò sempre innanzi a tutti”.

Alle sofferenze volontarie nella pratica rigorosa dell’osservanza regolare, si aggiunsero anche quelle ben più dure inviate da Dio. La sfrenatezza della vita passata gli aveva lasciato tracce di una malattia che, poco dopo la sua professione, cominciò a manifestarsi, prima, alla gola per poi diffondersi progressivamente in tutto il corpo. Attribuendo a se stesso la causa della malattia, non si reputava meritevole di alcuna attenzione, carità o compassione da parte dei superiori e dei confratelli e, sempre contento e ilare, ringraziava il Signore per „averlo visitato‟. Cercò in tutti i modi di nascondere le sue sofferenze, continuando, fino a quando non fu materialmente impossibilitato, a compiere tutti gli atti comunitari come qualunque altro religioso in buona salute. Sottoposto ripetutamente a dolorose ‘operazioni chirurgiche’ e senza mai tradire una smorfia di sofferenza, era lui stesso a infondere coraggio al ‘chirurgo’ e agli altri confratelli.

Poco prima di entrare in agonia, ricevette gli ultimi sacramenti e, dopo al une ore, consegnò il suo spirito nelle mani di Gesù e dei suoi angeli: era il 5 settembre 1742.

L’Abbazia di Casamari nel XVIII secolo

 

Fr. VITO GIANNELLI 

Era nato il 18 gennaio 1722 a Marciano di Lecce, nella diocesi di Ugento – un’altra biografia scrive: “nella diocesi di Ugento, nella terra di Marciano (Calabria)” – e fu battezzato il giorno seguente. Fu vestito oblato converso nel maggio del 1743. Il suo principale impiego in monastero fu quello di cuoco.

Angelo mortale e nel secolo e nel chiostro, Fr. Vito si distinse, nella sua breve esistenza, per l’obbedienza, la mortificazione e l’umiltà al punto che voleva che lo si di prezzasse per recargli un piacere. Si tratteneva spesso in preghiera davanti al tabernacolo e immobile, riusciva a rimanervi anche tre ore.

Colto da paralisi progressiva, faceva ogni sforzo per continuare a servire con zelo e carità i confratelli e solo per ubbidienza, quando il suo corpo si era ormai ridotto agli estremi, si mise a letto. Pian piano il suo corpo diventò una piaga purulenta. Sottoposto più volte a dolorose “operazioni chirurgiche”, esclamava sorridente: “Gesù mio, che onore mi fate!”. Pur ridotto quasi ad uno scheletro, non richiedeva alcun rimedio e quantunque avesse licenza dall’abate di chiedere all’infermiere qualunque cibo, si accontentava solo di un po’ di erba cotta.

Oltre a queste sofferenze corporali, il Signore volle provarlo anche con un grande aridità di spirito: “temendo della sua predestinazione, tremava tutto e si raccomandava alle preghiere di tutti”.

Il mattino del giorno della sua festa onomastica, il 15 giugno 1745, dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti, si addormentò nel sonno dei giusti.

Il Signore volle glorificare il suo servo dopo la morte con grazie e prodigi per coloro che ricorsero alla sua intercessione.

Fr. ZOSIMO ROSNATI 

Nativo di Gallarate (VA), trascorse la prima giovinezza schiavo delle sue passioni e delle sue ambizioni. All’età di venti sei anni, toccato dalla grazia, decise di espiare con la penitenza i peccati della vita passata. Bussò al monastero di Casamari dove non solo fu accolto, ma dal modo con cui esprimeva la richiesta di abbracciare la vita claustrale, non fu difficile intuire a quale grado di perfezione era destinato se avesse continuato a corrispondere alla grazia della conversione.

Vestito novizio corista il 13 maggio 1744, diede inizio ad un cammino di purificazione interiore avanzando a grandi passi nella via della virtù. Trascorso l’anno di noviziato, il 14 marzo 1745 emise la professione religiosa.

Era un uomo di penitenza, umile, caritatevole, dedito ai digiuni, alle veglie, alle fatiche, alle lacrime, alla compunzione del cuore …: incarnava in modo mirabile l’essenza del monaco e della vita monastica!

Trascorso qualche anno, la sua salute cominciò a risentire del regime di penitenza imposto. Iniziò a soffrire di “oppressione di petto”, cui si aggiunsero continue emorragie ed una febbre che negli ultimi sei mesi di vita non lo lasciò quasi mai. Costretto a rimanere sempre, a letto, anche i suoi reni iniziarono a risentire del lungo decubito. Nonostante tutto, Fr. Zosimo soffriva in silenzio e attribuiva a se stesso la causa dei suoi mali: “Che occasione e giusto motivo avrei io di dolermi dello stato di mia salute, se io medesimo operando contro la divina Legge, ho fabbricato contro di me un tal pregiudizio alla mia morte; e sebbene doveva essere morte terna, Iddio padre delle misericordie, con eccesso di sua bontà me l’ha cangiata in temporale; ma io però in ogni caso sono stato l’autore de’ miei mali”.

Ricevuti i conforti della fede, morì all’età di 30 anni, il 27 aprile 1748.

Fr. BENEDETTO (Carlo Giuseppe) PONZIO 

Nativo di San Maurizio di Torino, fu vestito novizio corista dal priore di Casamari il 6 febbraio 1747 ed emise la professione dei voti religiosi il 3 febbraio 1748. Morì, all’età di 24 anni, il 29 luglio 1749.

Così intensa e dura fu la sua penitenza nel chiostro, quanto corrotta e sregolata era stata la sua vita nel mondo. Dotato di molti beni, si diede ad una vita piena di vizi con l’unica mira di essere in questo superiore agli altri. All’età di 22 anni, però, abbandonato dai suoi più fedeli compagni e ridotto al verde, decise di recarsi a Roma dove il Signore lo attende a per renderlo un vaso d’elezione agli occhi suoi, qual novello san Paolo. Qui, dietro consigli di un ecclesiastico suo concittadino, si ritirò per un corso di esercizi spirituali. In quei giorni, aprì gli occhi alla luce della grazia e, dando uno sguardo alla sua vita passata, provò un salutare orrore. Volendo ad ogni costo purificarsi dai suoi peccati, chiese di essere accolto nel monastero di Casamari dopo molte insistenze, la sua richiesta fu esaudita.

Così sincera e autentica fu la sua conversione che sin dal noviziato si diede con grande slancio all’esercizio di ogni più eroica virtù da superare di gran lunga, in brevissimo tempo, anche i religiosi più provati nel chiostro. Il suo peccato maggiore nel mondo, al origine di tutti gli altri come egli stesso  diceva  –  fu  una  tracotante  superbia  unita  ad  una  sfrontata  millanteria;  nel  chiostro  vi contrappose un’umiltà senza pari e il silenzio più rigoroso. Per renderlo contento, bisognava disprezzarlo e quanto più umiliante era il disprezzo, tanto maggiore era l sua gioia! Così rigoroso fu il silenzio che anche quando si ammalò comunicava semplicemente con i segni. Al suo corpo nel mondo aveva concesso ogni soddisfazione, nel chiostro lo sottopose ad ogni asprezza consentita dall’obbedienza, giacché nulla faceva senza il consenso dei superiori . All’amore del secolo contrappose l’amore a Gesù Sacramentato davanti al quale sostava in ginocchio per tutto il tempo che gli veniva concesso. E anche quando l’ubbidienza o la malattia lo costrinsero a letto, egli, anziché coricato, trascorreva grande parte del tempo o della notte seduto sul letto, assorto in preghiera.

Docile ai comandi dei superiori, esercitò diverse mansioni in monastero, in modo particolare quello di sacrestano che adempì con inappuntabile ordine e prontezza.

Sottoposto ai rigori della penitenza e della mortificazione, il suo corpo si ridusse ben presto ad uno scheletro, ma, nonostante la febbre e le precarie condizioni, Fr. Benedetto faceva ogni sforzo pur di seguire la vita comunitaria, nascondendo le sue sofferenze fisiche e rifiutando concessioni, se non costrettovi dall’obbedienza.

Quando ormai la fine sembrava imminente, fu portato su di una sedia in chiesa per ricevere gli ultimi sacramenti. Il ritorno in cella volle farlo, però, a piedi, sostenuto da due confratelli, poiché riteneva la sedia un comodità di cui non voleva usufruire. Ancora pienamente cosciente e dietro sua richiesta, fu posto a terra su della paglia e cenere. Il superiore gli porse allora il crocifisso dicendo: “Ecco, fratello mio, quel Dio che tanto vi ha amato, egli vi chiama a se per remunerare le vostre fatiche e la vostra servitù colla corona celeste”. Fr. Benedetto non potendo più parlare, ricevette il crocifisso, lo baciò più volte e se lo strinse al petto, prese poi la man del superiore che gli era accanto genuflesso e la baciò con filiale venerazione e riconoscenza. Dopo una breve agonia, assistito dai confratelli, rese la sua anima a Dio.

Dopo la sua morte, avvennero alcuni fatti miracolosi che la cronaca tutta via tace, perché il chiostro preferisce che il bene … rimanga nascosto tra le sue mura.

Fr. ARSENIO (Martino) PERETTI 

Proveniente da una nobile famiglia di Zicano (diocesi di Aiaccio, in Corsica), aveva abbracciato negli anni della sua giovinezza la vita militare e, ambizioso e orgoglioso oltre ogni dire, condusse fino all’età di trentanove anni una vita assai dissoluta e licenziosa.

Illuminato dalla grazia e inorridito lui stesso per l’abisso di peccato in cui era caduto, decise di cancellare il suo passato mediante una vita di penitenza.

Mutata, pertanto, la milizia del secolo con quella del chiostro nel monastero di Casamari, ingaggiò una lotta spietata e senza quartiere con l’uomo vecchio, che non voleva arrendersi, fino a riuscirne vittorioso mediante le armi della docilità e dell’obbedienza. Nella milizia non era mai stato un uomo titubante per il conseguimento dei suoi fini. Identica, ed anzi più risoluta ed energica, fu la sua condotta nella nuova milizia per abbattere questo suo acerrimo nemico.

Poiché le sue forze, ridotte all’estremo per le dure mortificazioni, no gli consentivano  lavori manuali, trascorreva quasi tutto il giorno in preghiera in ginocchio. A chi gli suggeriva qualche mitigazione nel suo stile di vita, soleva rispondere che nessuna penitenza al mondo, per quanto grave, avrebbe mai potuto compensare le scelleratezze della vita passata e perciò soffriva di non poter soffrire di più!

Ormai prossimo alla fine dei suoi giorni, volle ricevere in chiesa gli ultimi sacramenti. Dopo aver partecipato, sempre in ginocchio, alla Messa cantata, fu accompagnato all’infermeria dove seguì commosso la recita delle preghiere dei moribondi, un po’ contrariato, però, per non poter morire in chiesa sulla cenere, come aveva ripetutamente chiesto.

Riesaminando negli ultimi momenti la sua coscienza, confessò all’abate di aver usato, tempo addietro, senza permesso – ma lo sapeva il sarto – cinque minuscoli pezzetti di fettuccia vecchia e logora per allacciare le scarpe, non trovando nel suo cuore altro peccato più grave che gli causasse rammarico. Passò così all’eterno riposo, in odore di santità, il 14 maggio 1752, all’età di 52 anni, tra le lacrime di gioia dei suoi confratelli.

Era stato vestito novizio corista dal Vicario abbaziale il 1° febbraio 1741 ed aveva emesso la professione dei voti religiosi il 2 febbraio 1742.

Fr. STEFANO (Giuseppe Bernardo) DEL TORO 

Originario di Siviglia (Spagna), fu vestito novizio corista all’età di 26 anni, il 31 luglio 1750. Il 1° aprile 1751 passò oblato converso e il 15 luglio 1752 vestito novizio converso. Emise la professione dei voti religiosi il 16 luglio 1753.

Sin dalla tenera età e fino all’ultimo dei suoi giorni la sua vita è riassunta dall’autore de “l Prodigi della Grazia” nell’espressione: Bene omnia fecit. Fr. Stefano era un angelo nel mondo e un serafino nel chiostro.

Peregrinando per vari santuari dove attingeva alimento per il suo spirito, incontrò a Tivoli l’abate- vescovo Placido Pezzancheri il quale, intuendo quale grande anima si celasse in quel pellegrino e scorgendo in lui l’anelito alla vita monastica, lo condusse a Casamari.

Fu accolto dall’abate Isidoro Ballandani come corista e portò il paradiso in Comunità. Guardare lui e vedere un angelo in carne ed ossa era la stessa cosa. Umile e penitente , confessava nella pubblica e privata confessione tutte le sue colpe, che egli considerava gravi, ma consistenti per lo più in qualche trascurabile inadempienza nelle liturgie, commessa più per ignoranza che per disattenzione. Di gracile costituzione, a motivo dello stile di vita molto rigoroso contrasse, dopo alcuni mesi, il “male di petto”. Non potendo più salmodiare e cantare, come il suo incontenibile fervore desiderava, chiese ed ottenne di passare tra i conversi.

Affidatogli il compito della portineria sempre affollata di poveri, fu per tutti l’angelo della carità che al nutrimento del corpo sapeva unire quello dello spirito con grande edificazione di tutti.

Poco dopo, al “male di petto” si aggiunsero tumori maligni prima alla gola, poi alle gambe, quindi alle braccia e pian piano in tutto il corpo fino a renderlo una piaga cancerosa. Considerava un nulla le sue immani sofferenze rispetto a quello che avevano sofferto i santi e nostro Signore. Soleva ripetere che per i suoi enormi peccati era immeritevole di soffrire di più! E con le più tenere e commoventi espressioni consolava chi, a sua volta, cercava di consolarlo

Il 16 luglio 1753 fu portato in Capitolo su di una sedia e qui emise la professione religiosa; dopo pochi giorni ricevette in chiesa l’estrema unzione.

Sempre giulivo e continuamente assorto in Dio, si spense serenamente il 22 agosto 1753, assistito da tutti i confratelli.

Cfr. Isidoro Ballandani, I Prodigi Della Grazia Espressi Nella Conversione D’ Alcuni Grandi Peccatori Morti Da Veri Penitenti Nel Monistero Di Casamari Della Stretta Osservanza Cisterciense, 1754.

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