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dom Endrédy Wendelin - (IT)

Memorie di prigionia di dom Endrédy Wendelin

 

 

INTRODUZIONE

L'abate Endrédy Wendelin rimase in carcere dal 29 ottobre 1950 al 1 novembre 1956, quando fu liberato dai Combattenti per la Libertà della breve Rivoluzione Ungherese. Soffocata la Rivoluzione, fu arrestato di nuovo e internato nell'abbazia benedettina di Pannonhalma, unico monastero non soppresso dal comunismo. Le torture subite e i sei anni di prigione ne minarono seriamente la salute, ma egli visse ancora 23 anni in quel confino relativamente confortevole. Negli anni '70, ricevette visite sia da parte dei monaci di Dallas che da parte degli studenti della Scuola Propedeutica, in giro per l'Europa con i loro professori. Non rivide più il suo monastero, sebbene fosse solo a 30 chilometri di distanza. Morì nel 1981 e fu sepolto, con l'autorizzazione del governo, nella chiesa abbaziale di Zirc.

Le sue memorie di prigione hanno visto la luce solo dopo il crollo del comunismo; sino allora sono state custodite da suo nipote, indicato al termine del documento. L'estate scorsa, sono state pubblicate in Ungheria nella rivista Vigilia. Scritte per lettori ungheresi, ho ritenuto doveroso divulgarle, facendone una traduzione il più fedele possibile all'originale e solo aggiungendo note e sottotitoli. Viene da domandarsi se un argomento così triste sia in sintonia con l'atmosfera gioiosa del periodo natalizio. Si tratta di un documento di fede “che risplende nelle tenebre” e, come tale, fa eco al passo che viene letto e riletto nel periodo natalizio: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta”.

Natale 1992, Abate Dom Denis Farkasfalvy, O. Cist Dallas


PREMESSA

Come abate dell'abbazia cistercense di Zirc in Ungheria, alla fine del 1948, feci un viaggio ufficiale a Roma. Il passaporto mi fu rilasciato con difficoltà, dopo reiterate domande e mesi di ritardo. Mons. László Bánáss, vescovo della mia diocesi, e Joseph Cavallier, ministro del governo, dovettero garantire che sarei tornato. A Roma, ricevetti una lettera di Leopold Baranyai, direttore della Banca Europea in Londra che, citando fonti autorevoli inglesi, mi dava quest'informazione: “Mosca ha dato ordine al governo ungherese di arrestare per Natale in Card. Mindszenty e, più in là, altri 5 presuli cattolici, di cui tu sei l'unico conosciuto per nome”. Di conseguenza, dovevo aspettarmi l'arresto al ritorno in Ungheria. Nel frattempo, Mons. Tardini, Segretario di Stato, m'informava che anche lui da altra fonte aveva avuto notizia di quel piano e mi chiedeva se avessi intenzione di tornare in patria. “Sì”, risposi. Siccome, alla mia udienza, il Santo Padre1 non accennò alla questione, ritenni che egli fosse d'accordo con la mia decisione e, avendo dato la mia parola sia a Mons. László che a Joseph Cavallier, tornai a casa alla data stabilita.

Appena giunto, sulla frontiera le guardie perquisirono i miei effetti personali e mi sequestrarono le lettere consegnatemi in Italia: erano bene informati e sapevano persino in quale tasca si trovava tale lettera. Non mi tolsero tuttavia i documenti avuti in Vaticano, che lasciai in custodia a Mons. Kálmán Papp, vescovo di Györ. Da qui l'autista del vescovo mi accompagnò ad Esztrgom perché facessi un racconto del mio viaggio al Card. Mindszenty. Questi era già agli arresti domiciliari: alla porta dell'episcopio, un poliziotto montava la guardia. Mi fece entrare, ma quando uscii, le guardie perquisirono la vettura, incluso il cofano e lo spazio sottostante i sedili. Pensavano che volessi far fuggire il cardinale nascondendolo nella vettura? Al Card. Mindszenty feci un resoconto delle mie udienze in Roma e trasmisi un messaggio del papa. Gli consegnai il decreto del Vaticano che dispensava i membri degli Ordini religiosi dai voti di povertà e d'obbedienza (in caso di dispersione). A ciascuno veniva dato il permesso di procurarsi il denaro e di usarlo a sua discrezione, con l'obbligo tuttavia di aiutare i confratelli bisognosi e anziani. Mantenni l'originale autografo del papa, che conteneva osservazioni e correzioni, e ne spedii una copia al superiore di ogni Ordine.

Quanto alla lettera di Leopold Baranyai, ne parlai all'Arcivescovo Joseph Grösz. Gli dissi che, a mio parere, lui, il Vescovo Shvoy di Székesfehérvár, il Vescovo Pétery di Vác e il provinciale dei Gesuiti, P. Elmer Csávossy, erano indiziati e in procinto di essere tradotti in carcere. L'Arcivescovo Grösz mandò a memoria il testo della lettera; il P. Csávossy fece lo stesso. Dopo il nostro arresto, tutti e tre recitammo alle autorità il testo della lettera da cima a fondo per provare che il nostro imprigionamento era parte di un complotto. Gli ufficiali che condussero l'interrogatorio lamentarono: “Come potete pensare che cittadini di una nazione sovrana siano arrestati per ordine di una potenza straniera?”. Ma probabilmente, la nostra mossa salvò dalla prigione il Vescovo Shvoy, e forse anche il Vescovo Pétery, che non fu mai arrestato né imprigionato formalmente; fu soltanto internato nel villaggio di Hejce.

Prima del mio arresto ci furono altri incidenti. Il 14 luglio 1950, perquisirono il mio appartamento in Zirc, passando al setaccio tutti i miei oggetti. Si presentarono tre poliziotti in borghese. Non avevano alcuna carta d'autorizzazione alla perquisizione; esibirono semplicemente la loro carta d'identità di membri della polizia segreta. Nel mio ufficio, uno sedette alla scrivania ed esaminò con la massima attenzione ogni documento, mentre gli altri due esaminarono ogni libro degli scaffali: erano interessati soprattutto ai libri ancora intonsi e alle rilegature dei libri. Al centro del tavolo c'era una busta aperta contenente una lettera che intendevo spedire a Roma. Credo che fossero in cerca proprio di quella lettera, ma come spesso accade, essi non diedero importanza a
1 Papa Pio XII.
quel pezzo di carta lasciato lì nel posto più in vista. Frugarono anche sotto le fodere del mobilio, gettarono tutta la biancheria fuori dell'armadio. Più tardi scoprii pure che nella mia stanza dell'alloggio in Budapest, avevano staccato perfino i pannelli dal muro per trovare lettere nascoste.

La lettera sul tavolo era una richiesta alla Santa Sede d'espulsione dall'Ordine del P. Riccardo Horváth, cistercense che aveva collaborato con i comunisti. Prima di scrivere la richiesta, gli domandai perché non obbediva ai miei ordini. Mi rispose soltanto: «Non ho il coraggio di dirglielo». Il P. Riccardo non era malvagio. Sono sicuro che non fu lui a denunciarmi per aver scritto la lettera in questione, ma qualcun altro cui egli dovette riferire la nostra conversazione.

Una settimana dopo quest'avvenimento, la polizia controllò l'ufficio del negozio dell'abbazia di Zirc e i registri dell'amministrazione e sigillò tutte le stanze di entrambi gli uffici.

Mentre ero a Roma, la cuoca del monastero, la Signorina Hedvig Sch., fu presa e condotta alla stazione centrale di polizia in Budapest. La interrogarono a lungo circa il personale e le condizioni finanziarie dell'abbazia. Volevano sapere chi veniva a farmi visita e quali erano i rapporti tra i membri dell'Ordine e i nostri dipendenti. La sottoposero anche a tortura, mettendole oggetti con estremità affilate fra le dita e facendo pressione. Ciononostante, lei non pronunziò accuse contro di noi.

Nel medesimo periodo, uno dei migliori artigiani di Zirc fu vicino a morire per le percosse subite nella stazione di polizia. Lo costrinsero a firmare una confessione secondo cui io lo avrei spinto a fare dello spionaggio pagandolo con dollari americani, denaro con il quale egli si sarebbe costruito la nuova casa a due piani.

Da questi fatti preoccupanti e dalla lettera del Signor Baranyai compresi cosa mi aspettava. L'arresto del Card. Mindszenty il 26 dicembre 1948 provocò lo sdegno generale, e la reazione rinviò l'arresto di altri presuli, me compreso.

 

Il Cardinale Joseph Mindszenty durante il processo


L’ARRESTO

Il 29 ottobre 1950, stavo tornando in monastero dalla casa di mio nipote in Budapest. Verso sera, io e il mio segretario ed autista, P. Timothy Losonczi, avevamo raggiunto la periferia della città, quando all'improvviso un'auto ci sbarrò la strada e una seconda ci bloccò da dietro. In
ciascuna macchina sedevano quattro poliziotti segreti in borghese. Il loro capo mi si avvicinò mostrandomi la carta d'arresto. “Posso dire arrivederci al mio segretario?”, chiesi. “No, anche lui verrà con noi”, fu la risposta. Come seppi più tardi, il P. Timothy accettò la sua sorte con grande coraggio: fu in prigione per quattro anni e morì prima che lo potessi rivedere.

Mi condussero all'infame stazione di polizia segreta, n. 60 di Via Andrássy. L'interrogatorio durò diciotto ore con due brevi pause. Nelle pause mi puntavano sul viso lampade ad alta tensione, mentre due poliziotti si adoperavano a tenermi gli occhi sempre aperti.

Il capo dell'ufficio d'investigazione, di cui non ho mai saputo il nome, mi disse che da due anni mi sorvegliavano e seguivano ogni mio passo. Avevano trovato prove irrefutabili della mia attività criminale contro lo Stato, di spionaggio e di traffico illegale di valuta estera. Mi accusarono di aver mandato all'estero 24 giovani dell'Ordine e di aver esortato l'Ordine a rimanere fedele alla Chiesa anche dopo la soppressione di Zirc. Con ciò, dissero, miravo ad indebolire il potere dello Stato e il nuovo regime democratico. Al primo interrogatorio non mi accusarono di aver cospirato per ripristinare la monarchia asburgica, né mi accusarono d'antisemitismo. Queste assurdità furono inventate più tardi.

Nella seconda ora d'interrogatorio, il colonnello dichiarò indignato quanto infamante fosse la diceria circa le torture perpetrate dalla polizia segreta. Mai si sarebbero permessi di toccare qualcuno. Non avevano intenzione di fare di me un martire. A conferma di ciò diede la sua parola “di gentiluomo”. In quel momento, a dire il vero, non immaginavo nemmeno che uno della mia età – avevo allora 56 anni – potesse essere ripetutamente percosso, preso a calci, torturato in vari modi, e poi abbeverato di pozioni atte a privarlo della volontà.

Passarono molto tempo nel tormentarmi con le più svariate calunnie sulla vita privata dei nostri vescovi, dei superiori degli Ordini religiosi e di altre persone eminenti della Chiesa. Rivelarono il nome della mia amante e fecero dettagliati racconti delle relazioni sessuali di parecchi vescovi, cui fece seguito un lungo elenco di comportamenti sessuali ripugnanti tenuti dalle stesse persone.

Davvero, non intendevano fare di me un martire. Al contrario, volevano solo distruggere la mia personalità e cambiarmi in un automa, demoralizzato e umiliato. Non avevano segreti sulle loro intenzioni, e mi dissero che miravano a rendere partecipe di questa commedia satanica la stampa universale, ungherese e straniera.

Mi diedero 72 ore per “riflettere”. Dopo di che, se non avessi collaborato, avrebbero pubblicato tutti quei “fatti” di cui mi accusavano. Avrebbero distrutto non solo la mia immagine, ma anche quella dell'Ordine cistercense e della Chiesa nel suo insieme.

“Non ho bisogno nemmeno di un minuto per riflettere”, dissi. “Non c'è nulla su cui riflettere”.

Al termine del primo interrogatorio, mi portarono nello scantinato. Su un pavimento gelido, mi denudarono: volevano vedere se nascondevo qualcosa. Strapparono la fodera della giacca, staccarono la suola delle scarpe e fecero a pezzi il tacco. Portarono via i bottoni della camicia, le bretelle, perfino gli occhiali. Nella cella della prigione c'era solo il tanfo del sordido sacco da cuccetta che faceva ribrezzo. Nei primi due mesi non ebbi coperte. Più tardi, mi fu portato un telo di quelli che si usano normalmente per cavalli. Nella stanza la luce era sempre accesa. Soltanto il rumore proveniente dalla strada mi permetteva di distinguere il giorno dalla notte. Dovevo stare seduto sul materasso, senza piegarmi all'indietro; per stendermi dovevo chiedere il permesso. Le mani dovevano rimanere fuori della coperta, e il capo, durante il sonno, distante dal muro e rivolto verso la luce.


LE ACCUSE

I miei due viaggi all'estero del 1948 furono usati contro di me come prove di spionaggio e di alto tradimento. Mi sentii dire che il vero capo della Chiesa era Wall Street e che il papa era al suo servizio. Sembrava importante per loro affermare che gli Ordini religiosi altro non erano che ciechi
strumenti del Vaticano; di conseguenza, ogni religioso o religiosa era un probabile agente. Non sostenevano che tutte le spie erano Gesuiti, ma che tutti i Gesuiti erano spie. Mi consegnarono una lunga lista di religiosi residenti all'estero, di cui volevano informazioni.

Più volte affermarono che, secondo Mosca, io ero una spia particolarmente pericolosa: sapevano che, attraverso l'entourage culturale dell'ambasciata italiana, avevo corrispondenza con il P. Biagio Füz, cistercense ungherese residente in Roma. Ebbi allora il sospetto che le mie attività fossero seguite da vicino. Sei mesi prima del mio arresto, infatti, appresi che a Vienna, Austria, un soldato russo si era recato da Béla Lehrmeyer, ex-impiegato dell'Archidiocesi di Kalocsa, offrendogli per 500 dollari una mia lettera, sequestrata da un inviato diplomatico. Si trattava di una lettera scritta poco prima del sequestro, che avevo spedito a P. Biagio per mezzo dell'ambasciata ungherese2. Capii allora che la polizia segreta era al corrente, almeno in parte, delle lettere che inviavo all'estero tramite canali diplomatici. Durante i successivi interrogatori, rimasi più volte sorpreso da prove evidenti che persino le mie lettere più confidenziali e le relative risposte erano conosciute dalla polizia segreta. In realtà, che cosa contenevano? Scrivevo della vita del nostro Ordine in Ungheria, del lavoro e delle difficoltà, dell'esproprio dei nostri monasteri e istituti, della deportazione e dell'internamento dei monaci, come pure dei numerosi blocchi stradali posti dal governo per ostacolare le nostre attività pastorali ed educative. Dal 1950 informavo le autorità romane anche su ciò che accadeva degli altri Ordini religiosi. Dopo il luglio del 1950, essendo i nostri monaci sfrattati dalle loro case, informai le autorità Vaticane circa gli incontri e le conferenze che gli ufficiali dello Stato incominciarono ad avere con certi rappresentanti dell'Episcopato.

Uno dei miei presunti “crimini” era quello che dopo la guerra, per mezzo di P. Giulio Hagió- Kovács, O. Cist., avevo comunicato all'American Mission in Budapest la lista degli oggetti (macchine e prodotti industriali ed agricoli, mezzi di trasporto ed altro) che dall„esercito russo erano stati portati via con la forza dai nostri possessi. Cercavo di spiegare che con questa notificazione intendevo ridurre la somma che l'Ungheria avrebbe dovuto versare alle forze alleate. Il mio accusatore rispose semplicemente che agivo in odio all'Unione Sovietica.

I miei contatti con gli ufficiali delle ambasciate britannica ed americana furono interpretati come atti di spionaggio. Invano cercai di convincerli che io non ero in possesso di segreti militari o industriali e, quindi, non potevo informarli su tali argomenti. Non sospettavo che potessero diventare “crimini di spionaggio” le mie lettere spedite all'estero, contenenti notizie per gli amici e i superiori circa l'abbazia, le scuole, le iscrizioni alle scuole, il crollo del numero degli studenti. Gli stessi inquirenti dovettero pensare che tali accuse sfioravano, di fatto, il ridicolo. Infatti, in seguito, durante la preparazione per il processo, mi impartirono precisi ordini affinché, in caso di domande su questi “crimini”, nelle mie risposte evitassi controbattere gli argomenti. “Se quell'asino di giudice ti farà domande stupide come queste, tu risponderai che non ne sai nulla”, mi suggerirono.

Fui interrogato a lungo su “l'Emericana”, l'Organizzazione Giovanile Cattolica degli studenti universitari, fondata e diretta dai Cistercensi, e accusato di voler ripristinare in Ungheria il governo asburgico, di sostenere l'ammiraglio Horty e di essere un antisemita. Quali prove avevano? Affermavano che due ragazzi ebrei erano stati malmenati dagli studenti. Ma che cosa avevo a che fare io con questo?

Uno dei punti forti delle imputazioni nei miei confronti era la mia “attività politica”. Si erano fatti di me l'idea di un attivo collaboratore dell'opera del Card. Mindszenty volta a rovesciare il regime con una contro-rivoluzione. In realtà, le mie previsioni per il futuro erano all'opposto. Circa un anno prima del mio arresto, István Friedrich, già primo ministro d'Ungheria, venne un giorno con me a Budapest. Ormai avanzato in età, mi chiedeva di aiutarlo a cercare una donna di servizio e un'infermiera. Durante la conversazione m'informò che presto ci sarebbero stati grandi

All'epoca dell'arresto dell'abate Wendelin, la parte orientale dell'Austria era ancora sotto la dominazione sovietica e Vienna era divisa in quattro “settori” (britannico, americano, francese e sovietico). Allo scopo di ottenere valuta occidentale, i soldati sovietici stazionavano a Vienna – circolando così liberamente nei tre “settori occidentali” – spesso impegnati a vendere documenti intercettati sulla linea della dogana. L'abate Wendelin fu informato prima del suo arresto, dalla persona nominata nelle memorie, che davvero alcune sue lettere erano state intercettate e messe in vendita.


cambiamenti politici e che l'Ungheria sarebbe diventata parte del mondo orientale. Mi confidò pure che le potenze orientali lo avevano contattato perché guidasse il nuovo governo. Gli risposi in tutta onestà che trovavo assurde le sue previsioni. Forse nei decenni a seguire qualche cambiamento ci sarebbe stato, ma nella situazione del momento le sue predizioni sembravano lontane dalla realtà. Ciò nonostante, la polizia segreta insisteva nell'accusarmi di concorso alla formazione di un nuovo governo col sollevare una ribellione.

Un'altra prova della mia attività contro il regime era l'atteggiamento generale dei Cistercensi che, insieme ai Gesuiti, protestavano energicamente contro la soppressione degli Ordini religiosi. In verità, in quegli anni i Gesuiti e i Cistercensi furono molto solidali fra di loro, prendendo una posizione comune nella resistenza. Rimasero saldamente ancorati ciascuno alla propria spiritualità, facendo profonda impressione sul paese. Io fui accusato anche del fatto che la comunità di Zirc aiutò le monache sfrattate dalle loro case e ammassate nei nostri ambienti nell'agosto del 19503. In verità i monaci di Zirc esortarono le monache a non considerarsi soppresse, bensì a restare unite e fedeli ai propri Ordini. Questa compatta presa di posizione delle varie comunità diede certamente fastidio al regime.

A mia volta, restai colpito nel constatare che la polizia segreta era perfettamente informata di ogni parola pronunciata nelle riunioni dei superiori del paese: la loro rete di spie funzionava.

Mi furono ascritte a “crimini” anche le visite fatte ai monaci arrestati e imprigionati prima di me: P. Giulio H., P. Tommaso F.4, P. Gerardo M., P. Clemente P., ed altri non appartenenti all'Ordine. Le mie visite erano ritenute una prova di simpatia verso i nemici del regime e un'espressione di odio nei confronti del socialismo.

A forza volevano farmi confessare che ero stato in prima linea nell'organizzare gruppi studenteschi eversivi con l'obiettivo di rovesciare il regime. Si seppe più tardi che il desiderio di ottenere una confessione in merito era il principale obiettivo per poter ricorrere alla tortura durante gli interrogatori. L'origine di quest'accusa era piuttosto remota: un alunno cistercense, un mio vecchio studente di nome Ervin Papp, rimase coinvolto in attività anti-comuniste. Prima del mio arresto, venni a conoscenza del suo piano e cercai di dissuaderlo spiegandogli che, nella nostra situazione politica, quel tentativo era pericoloso e destinato a fallire. Gli diedi questo consiglio in una lettera, raccomandandogli di distruggerla dopo la lettura. Purtroppo egli non seguì le mie istruzioni. Al suo arresto, tutte le lettere finirono nelle mani della polizia e, sebbene il contenuto fosse contro ogni attività sovversiva, la mia lettera fu presa come prova di un mio coinvolgimento nella cospirazione.


LA TORTURA

La mia prima tortura fu messa in atto in una stanza ben arredata. Fui denudato. Poi, di fronte ad un giovane ufficiale, fui costretto a fare prostrazioni a terra e baciare ogni volta i suoi stivali. Contemporaneamente, dovevo rispondere a domande. Ciò andò avanti fino a che, esausto, crollai. Dopo diversi svenimenti, fui portato nel sotterraneo e rinchiuso per due settimane in una cella che

3 Prima che alla Chiesa ungherese fosse imposta la soppressione di tutti gli Ordini religiosi, la maggior parte degli uomini e delle donne consacrate furono internate nelle strutture ecclesiastiche più spaziose. In tal modo, diverse centinaia di religiose da ogni parte d'Ungheria furono trasportate a Zirc su camion e lasciate là senza alcun provvedimento per vitto e alloggio. Con molti malati e anziani, la vita dei monaci nell'abbazia (circa novanta persone, di cui quasi sessanta sui venti anni), fu in grande difficoltà per provvedere ai bisogni di questi ospiti forzati. Ogni stanza libera ed ogni sala furono trasformate in spazio abitabile. Mentre la città di Zirc si adoperava lodevolmente a sfamare le suore, i sacerdoti della comunità offrivano il loro aiuto spirituale a quelle povere donne espropriate e in ansia per il loro futuro incerto.

4 P. Tommaso Fehér fu arrestato nel 1948 e tenuto in carcere. Quando per disposizione del giudice fu liberato, riuscì a fuggire dall'Ungheria. Poi venne (andò) nel Texas e visse nel monastero di Irving fino alla morte. Insegnò nella Scuola Propedeutica cistercense dal 1963 al 1976.
assomigliava ad una tomba dalle dimensioni di m. 2x1,3. Al di sopra della cuccetta a muro scorreva un tubo di scarico che mi lasciava cadere ritmicamente gocce addosso. Non mi era consentito distendermi. Riuscivo a prendere un po' di sonno quand'ero seduto. Era novembre; senza coperte, avevo sempre freddo. In quei giorni tremendi, pregavo costantemente il Signore che mi facesse morire perché non avessi a danneggiare qualcuno con ciò che avrei potuto dire.

Trascorse quelle due settimane, ripresero gli interrogatori. Dietro ad un'enorme scrivania era seduto un colonnello, probabilmente il capo dell'Ufficio Investigazioni. Mi fecero sedere di fronte a lui, circondato da 5-6 poliziotti in borghese. A lato, su una poltrona di cuoio, sedevano tre uomini, due maggiori e un capitano. L'interrogatorio riguardò esclusivamente la cospirazione degli studenti universitari. Dissi loro di nuovo che non avevo preso parte a cose del genere. (In quel momento, non sapevo che Ervin Papp, non tenendo conto del mio consiglio, aveva realmente avviato un'organizzazione sovversiva). I poliziotti mi sputarono in faccia. Il colonnello chiese loro: “Conoscete un altro modo oltre la tortura per spezzare la resistenza di un uomo?”. Risposero “No”. Allora mi trascinarono nell'altra stanza, quella in cui ero stato torturato la prima volta, dove mi stavano aspettando ancora tre uomini: un maggiore gigantesco, muscoloso, un capitano e un terzo in borghese.

Mi denudarono di nuovo e mi fecero fare esercizi finché non crollai al suolo. Oltre a ciò, con un oggetto piatto, da dietro mi sferravano colpi tremendi sulle spalle. Dopo questo trattamento non potei muovere il capo per tre settimane. In continuazione mi davano anche calci nel sedere: i colpi non provocavano dolore acuto, ma di tanto in tanto mi facevano perdere i sensi. Non credo però di essere rimasto a lungo senza conoscenza. Restai concentrato su che cosa dire e cercai di rispondere a tutte le domande, poiché, se fossi rimasto in silenzio e non avessi negato tutte le loro imputazioni, essi avrebbero preso il mio silenzio come un'ammissione di colpa.

Ebbi a subire un gran numero di altre prove fisiche. Mi mettevano davanti ad una parete e mi costringevano a premere la fronte contro un oggetto appuntito come una matita, posto fra me e la parete. Mi ponevano spilli e chiodi sotto i talloni. Mi premevano sui fianchi piastre roventi di fornelli elettrici. Quando crollavo, subito toglievano la tavola con spilli e chiodi e, con calci, mi rimettevano in piedi.

Un'altra forma era quella dello schiacciamento. Mi mettevano in mano pesi di 20 o 30 libbre obbligandomi ad accosciarmi sui talloni con sotto i chiodi, fino allo svenimento. Allora con calci e pugni mi facevano tornare ai sensi.

Fui torturato anche con scosse elettriche. Mi applicavano la corrente alle labbra, agli occhi, al naso, alle orecchie, persino al pene.

La prova del “Bacia la Croce” consisteva nel costringermi a baciare una croce e una piastra di metallo, che chiamavano “libro del vangelo”. Il circuito elettrico si chiudeva ogni volta che stringevo la piastra e la baciavo. Mi avvertirono che se avessi detto la verità non mi sarebbe accaduto nulla, ma se avessi mentito la scossa elettrica mi avrebbe ucciso. Rimasi con le labbra ustionate e con una grossa ferita sulla bocca. Caddi svenuto, e un oggetto affilato che era sul pavimento mi ferì gravemente un ginocchio. La ferita prese infezione e provocò un gonfiore grosso quanto la palma di una mano. Chiamarono due dottori che medicarono e fasciarono la ferita con molta cura. Uno mi chiese: “Che ti è accaduto?”. Risposi con un filo di voce: “È accaduto durante l'interrogatorio...”. Non finii la frase che un poliziotto balzò da dietro uno schermo e interruppe: “È caduto dalle scale”.

Durante le torture c'erano dei momenti in cui cessavo di sentire le percosse. A volte il custode della prigione mi diceva di pulirmi il volto dal sangue, che non mi accorgevo di perdere.


LA MIA "CONFESSIONE" SCRITTA

Dopo due settimane senza dormire, con le ginocchia contuse e gonfie, mi portarono in uno stanzino sudicio. Lo chiamavano lo “scrittorio”. Qui i prigionieri dovevano scrivere la loro biografia e la confessione ammettendo tutte le accuse. Ero stanchissimo e caddi su un letto imbrattato di sangue e pus. Entrò un infermiere con una siringa in mano, dicendomi che lo mandava il dottore e che mi avrebbe fatto una puntura più efficace di qualsiasi sonnifero. Mi fece due punture. Dieci minuti dopo cominciai a sentirmi strano. In questo stato di mente alterata, che non so descrivere, fui condotto a un altro colloquio che durò tutta la notte. Furono le ore più tristi della mia vita. Dovetti raccogliere tutte le mie energie per poter tenere mente e volontà sotto controllo. Evidentemente, mi avevano iniettato una sorta di droga che alterava la mente. Ma riuscii a controllarmi. Ciò nonostante, oltre agli orrori, in seguito non sono stato più in grado di ricordare i particolari di quella terribile notte. Non ricordo le domande che mi posero.

Sei mesi più tardi, fui condotto ad un confronto con Ervin Papp. Informato che egli stava davvero organizzando una cospirazione, affermai: “In nessun modo ho preso parte in questa storia, ma voglio collaborare accettando un po' della sua colpa, se ciò serve ad aiutare Papp e i suoi difensori”. Questa dichiarazione non fu mai inserita fra i punti del mio processo.

Dopo otto mesi di tali esperienze, fui portato a corte. Il giudice era il Signor Vilmos Olti e l'accusatore Giulio Alapi5. La procedura fu una vera e propria commedia. Fui avvertito che se un avvocato mi avesse fatto domande fuori del protocollo, non ero tenuto a rispondere. Fui accusato d'alto tradimento, di spionaggio, di cospirazione e di traffico illegale di valuta estera. La sentenza, emanata il 28 giugno 1951, mi condannava a 14 anni di carcere.


LA VITA IN CARCERE

Dopo la sentenza, mi spinsero in un'auto con finestrini schermati. Mi fecero girare, stretto fra due guardie armate, per più di due ore. Credevo di essere trasportato nella città di Szeged; in realtà, come scoprii in seguito, fui trasferito in un'altra prigione di Budapest, a soli 10 minuti d'auto dal tribunale.

Per quasi tre anni vissi in questa prigione, la prigione di Konti Street, in completo isolamento, senza mai poter vedere nessuno. Ero uno dei cosiddetti “prigionieri segreti”. Appresi più tardi che c'erano altri due prigionieri nelle stesse condizioni: Mons. Grösz, arcivescovo di Kalocsa6, e l'ex capo socialista Arpád Szakasits7. In questa prigione le guardie mi fecero soffrire molto. Spesso mi

5 Olti e Alapi ebbero entrambi un proprio ruolo nel processo del Card. Mindzsenty. Alapi, già avvocato cattolico di grande reputazione, si suicidò alcuni anni dopo. Sei anni più tardi, nel 1956, Olti era ancora giudice attivo ma ritenuto alcolizzato, non più in grado di condurre processi. Da studente di legge, io una volta assistei ad un processo condotto da lui. In un'altra occasione, il processo riguardava un prigioniero politico: nell'arringa, Olti dovette “combinare un pasticcio”, poiché permise all'imputato di esclamare “Ma come potevo parlarti dei miei interrogatori da parte della polizia se avevo perso conoscenza sotto i colpi?”. Noi, studenti di giurisprudenza presenti, reagimmo con un urlo di sdegno. Egli ci richiamò all'ordine ma, una volta tornati all'università, scatenammo un putiferio per quel che avevamo udito.

6 In qualità di seconda autorità nella gerarchia della Chiesa Cattolica ungherese, subito dopo l'arresto del Card. Mindzsenty, Mons. Grösz nel 1950 fu costretto a firmare un documento, in cui riconosceva la soppressione degli Ordini religiosi del paese. Subito dopo, fu arrestato, processato e condannato. Liberato negli anni '60, morì poco dopo.
7 Arpád Szakasits svolse un ruolo affine a quello di Mons. Grösz. Quale capo del Partito Social-Democratico Ungherese nel 1949, fu costretto a firmare l'”unione volontaria” dei social-democratici con i comunisti. Dopo un breve periodo come Presidente della Repubblica, fu arrestato, processato e condannato per alto tradimento. Venne liberato negli anni '60 e poco dopo morì.


impedivano di andare al bagno, causandomi dolori atroci per ore. La mia cella puzzava; la pelle si era infettata in quella lurida stanza; in tre circostanze, a causa di tali infezioni, il volto era rimasto sfigurato. Mi davano da mangiare pane impastato con farina rafferma. Durante l'inverno però riscaldavano la cella piuttosto bene: c'era una stufa in comune per due stanze.

Il giorno dopo l'arresto, chiesi di poter celebrare la messa. Mi fu concesso di celebrare la prima volta nel Natale del 1950 e la seconda volta nella Pasqua del 1951. Soltanto dal 3 maggio 1951, giovedì dell'Ascensione, ebbi la grazia di poter dire messa quotidianamente. Mi portarono nella cella un calice con il gambo spezzato (dovetti fissarlo con una cordicella) e un messale francescano. Per cinque anni e mezzo potei celebrare messa ogni giorno. A Natale e alla festa di Tutti i Santi ne dissi tre. All'inizio, provarono a deridermi mentre celebravo, ma quando capirono che non mi curavo di loro, smisero di farlo. Fin dall'inizio della detenzione chiesi di avere la possibilità di confessarmi. Inviai lettere al Ministro della Giustizia con una richiesta in merito, ma non ottenni alcuna risposta. Per il resto ricorrevo ad ogni espediente per rimanere occupato e tenere la mente impegnata. Mi sforzavo di riportare il pensiero alle cose più belle della mia vita passata. In questo modo la grazia di Dio si consolidava nel mio spirito e mi dava conforto.

Il 7 agosto 1953, mi concessero per la prima volta di uscire un po' all'aria aperta. Un giro nel cortile richiedeva 68 passi. Mi erano consentiti 12 giri. In seguito, le passeggiate divennero più lunghe. Nella prigione in cui fui trasferito, potevo passeggiare due volte al giorno, prendere un po' di sole, ed anche di sedermi ogni tanto. Nel 1954 o 1955, d'estate, una volta provai a fermarmi per ammirare un ciuffo d'erba. La guardia mi gridò subito rudemente: “Cammina!”.

Per i primi otto mesi di carcere non mi diedero né libri, né carta, né penna o matita. Dopo la sentenza, ebbi dei fogli di carta numerati: la guardia controllava continuamente quel che scrivevo. Risolvevo problemi di matematica e scrivevo note sui libri che mi erano concessi. La biblioteca della prigione conteneva soprattutto autori sovietici: lessi Gorky, Ilya Ehremburg ed altri. Il resto dei libri erano atei, pieni di odio contro la Chiesa e il clero, e mettevano in pessima luce i datori di lavoro. Qualche giorno prima della sentenza, essendomi stata offerta la possibilità di avere nuovi libri, chiesi una Bibbia, una copia del Diritto Canonico per gli Ordini Religiosi e un libro di matematica e fisica. I primi due mi furono negati immediatamente, un volume di matematica e fisica mi fu consegnato 5 anni dopo, il 1 novembre 1956, giorno della mia liberazione da parte dei combattenti per la libertà. Subito dopo la sentenza, a dire il vero, ricevetti un rosario, seppur non il mio, e due mesi più tardi i quattro volumi del breviario.

Per tutto il tempo della detenzione dovetti alzarmi alle 5,30 del mattino. Mi lavavo, mi vestivo e pulivo la cella, attendendo la colazione che veniva servita alle 8,00. Nei primi anni, ci davano minestra cotta con farina e grasso, in seguito passarono al caffè “nero” usato per i militari8. Ci distribuivano ogni giorno 300 grammi di pane (2/3 di libbra), in tre razioni. Il pranzo veniva servito a mezzogiorno; consisteva di (in) una minestra (di verdure in scatola) e di (in) circa mezzo chilogrammo di verdure cotte. Una volta la settimana ci concedevano 100 grammi di carne bollita; il sabato e la domenica, cena fredda con affettato. Nel 1956, il mio cibo fu uguale a quello distribuito al personale del carcere. Andavamo a letto alle 9,00 di sera. Nella prima prigione (Konti Street), ebbi una tazza e un cucchiaio segnati con il medesimo numero, il n. 201. Quando mi spostarono all'altra prigione, la tazza e il cucchiaio mi seguirono perché io non ne approfittassi per trasmettere messaggi sui luoghi della mia detenzione, lungo quel canale ben noto ai prigionieri politici9.

8 Nel servizio militare, il caffè “nero” era ottenuto dalla cicoria. Circolava tra noi che avevamo prestato servizio nell'Esercito del Popolo Ungherese (tra di noi che avevamo prestato servizio... circolava la voce che) che, nel caffè giornaliero, ai prigionieri e ai coscritti venivano somministrati sedativi. L'amarezza di questo surrogato di caffè nascondeva il sapore di qualsiasi droga.

9 Incidendo gli utensili, i prigionieri talvolta riuscivano a far sapere di essere ancora in vita. Le carceri (la detenzione in carcere ) dell'abate Wendelin rimase sconosciuta alla sua comunità per anni. Sua madre morì senza mai avere la possibilità di visitarlo o di sapere dov'era.
Subito dopo il mio arresto, le celle non erano riscaldate: (soltanto dai corridoi, tenuti caldi, ci giungeva un po' di tepore. In verità, le celle sotterranee di solito non erano molto fredde, ma sporche e maleodoranti all'inverosimile. La prigione di Konti Street era abbastanza calda; invece in quella successiva di Vac, in cui trascorsi quasi due anni, non c'era alcun riscaldamento. Fu là che tutte le dita di entrambe le mani, tre dita del piede destro e due del sinistro, come pure l'orecchio sinistro, rimasero assiderati.

Non fui mai gravemente malato, ma passai per i comuni mali di prigione. Lottai contro le infezioni dell'apparato digerente, la mancanza di vitamina C; i denti mi si allentarono e molti caddero. Ebbi problemi nel senso dell'equilibrio (labirintite), insufficienza cardiaca e insonnia. I nervi restarono saldi e non mi abbandonò il senso dell'umore. Ebbi la gioia di godermi la vista di un ciuffo d'erba che cresceva nel cortile della prigione. Ne inserii alcune foglie nel breviario; ancora le conservo.

Quand'ero colpito da quei “mali di prigione”, venivano a curarmi i dottori della polizia segreta: il loro comportamento e le cure erano impeccabili. Ai medici della prigione ordinaria non era permesso occuparsi di prigionieri segreti come me.

Le celle della prigione e i bagni erano orribilmente sporchi: non li pulivano e non fornivano l'occorrente per pulirli. Nella prigione di Konti Street ricevetti per la prima volta un asciugamano, un pezzo di sapone e un bacile solo per me. Potevo trattare il pavimento con olio e tenerlo pulito. A Vác, al contrario, nella mia cella abbondavano le cimici: nei primi tre giorni dal mio arrivo (3 maggio 1954), ne uccisi 750. In seguito ottenni del DDT in polvere e riuscii a liberarmene. Nelle altre prigioni non trovai cimici.

Il trasferimento da Vác alla mia ultima prigione, la Prigione Centrale di Budapest, fu come una benedizione. Accadde il Venerdì Santo del 30 marzo 1956. Mi assegnarono la cella in cui, come appresi più tardi, il Card. Mindszenty aveva trascorso un periodo abbastanza lungo. Benché fossi ancora isolato, la vita divenne molto più sopportabile: mi diedero carta e penna ed alcuni libri da leggere.

Dell'atteggiamento delle guardie che erano al servizio della polizia segreta ho già parlato. Nella prigione di Konti Street, talvolta accendevano la luce 30 volte in una sola notte, perché il detenuto non potesse dormire. La cosa più triste era sentirli bestemmiare il nome di Dio, del Signore Gesù e della Vergine Maria in un contesto di oscenità nauseanti. Incontrai però guardie più umane anche nei posti peggiori.

Ebbi un compagno di cella soltanto nei primi mesi di prigione, mentre mi preparavo per il processo. All'inizio pensai che si trattasse di spie al servizio della polizia. Il primo compagno venne nel gennaio del 1951, un ex-generale dell'esercito. Mi salutò con queste parole: “Ti raccomando, non dire nulla di te stesso”. Ne dedussi che non poteva essere un agente. In seguito, furono miei compagni un capitano dei Capi di Stato Maggiore, e poi un altro colonnello dell'esercito, ingegnere. Per i successivi 6 anni, restai sempre solo.

Nel corso di questi anni, ebbi una sola visita: tre mesi prima di essere liberato, mio nipote, figlio di mio fratello, ottenne il permesso di vedermi. Potemmo parlare per mezz'ora. Da lui appresi che mia madre era deceduta il 16 gennaio ed ebbi anche la notizia della morte di un membro della nostra abbazia, il P. Giustino Baranyai. Mi fece molta tristezza sapere che in prigione aveva perso la mente e non era mai guarito, nemmeno dopo aver riacquistato la libertà.

Quando fui liberato, gli abiti che indossavo al momento dell'arresto non furono trovati. Fu ritrovato solo il mio orologio, assicurato a lacci per scarpe; e mi furono restituiti l'anello abbaziale e un vestito per clero.

La mia vita di 6 anni di prigione è un qualcosa che non cambierei con nessun tesoro al mondo. Attraverso quest'esperienza, la mia vita si è arricchita di un valore aggiunto immenso. Non porto rancore per nessuno di quelli che mi hanno torturato.


LIBERTA' IN VISTA


Il 1 novembre 1956, una guardia aprì la mia cella. Tre uomini in borghese entrarono rivolgendomi un saluto che suonò come un sogno: “Sia lodato Gesù Cristo! Il Molto Reverendo Abate di Zirc è libero!”.

Erano circa le 6,00 del pomeriggio. Fui l'ultimo prigioniero a partire: l'ultimo, perché il mio nome era introvabile nelle liste dei detenuti.


Traduzione dall'inglese di P. Igino Vona
Casamari, 01-06-2012

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