Padre Teofilo Maria (1918-1942)<br>Padre Angelico Maria (1915-1944)

Padre Teofilo Maria (1918-1942)
Padre Angelico Maria (1915-1944)

Il volere di Dio ispirò ad un giovane sacerdote eritreo – il venerabile Felice Maria Ghebrealach – di abbracciare la vita monastica, tra i monaci cistercensi di Casamari, per poterla poi trapiantarla nella propria terra natia. La sua permanenza nell’abbazia di Casamari fu breve (1930 – 1934) ma il seme gettato fu benedetto da Dio perché, quando egli era ancora in vita alcuno, e dopo la sua morte, altri connazionali lo seguirono. Ricordiamo due di essi che fecero parte dei primi dodici ragazzi eritrei che giunsero a Casamari il 19 maggio del 1931. Entrambi non ritornarono nella loro terra perché morirono in Italia in giovane età ma, possiamo esserne certi, la loro vita fu come il seme che, a suo tempo, produsse buoni frutti.

Il 1 novembre 1931, papa Pio XI dopo aver inaugurato in Vaticano il nuovo Collegio Etiopico, desiderò ricevere in udienza privata padre Felice, padre Frumenzio (abbà Chefleiesus: un sacerdote eritreo che seguì don Felice a Casamari) e i ragazzi eritrei che, nell’abbazia cistercense di Casamari, si stavano preparando a trapiantare il monachesimo cistercense il terra eritrea. Al termine dell’udienza il tredicenne Tzhaìe si rivolse al papa con queste parole:

«Beatissimo Padre, noi siamo felici in questo momento perché Le portiamo il nostro cuore e il cuore di tutta l’Abissinia, la quale sente oggi più vicina a Nostro Signore Gesù Cristo e alla sua Madre Santissima, perché in una maniera visibile e generosa si sente assistita da Vostra Santità: è la Vostra Carità, Beatissimo Padre, che riporterà tutti gli Abissini alla Chiesa Cattolica.

Noi siamo un primo gruppo di privilegiati condotti con mano provvidenziale a Casamari per intraprendere quel genere di vita monastica tanto conforme alle nostre aspirazioni; noi siamo molto contenti, e promettiamo di voler essere sempre fedeli alla grazia che il Signore ci ha fatto di chiamarci per primi. Vogliamo essere religiosi di abito e di costumi, così potremo  richiamare  efficacemente  i  nostri  fratelli  scismatici  alla  dolcezza  della  fede cattolica; speriamo che san Benedetto e san Bernardo siano contenti di averci per figli devoti.

Noi Beatissimo Padre, cercheremo di essere sempre buoni e studiosi confortati dalla Vostra Paterna Benedizione, e assistiti dalle amorevoli cure dei nostri Padri di Casamari, specialmente dal reverendissimo padre Abate che ci ama come figliuoli, e non risparmia di sacrificarsi per il nostro bene.

Ci benedica, Santissimo Padre, con tutte le nostre intenzioni; benedica i nostri fratelli del Collegio Etiopico, affinché la nostra opera di bene in Abissinia vada unita alle loro future fatiche, e un pensiero lo mandiamo a Sua Eccellenza mons. Chidané Mariam Cassà che ci ha scelto per essere i primi discepoli del patriarca san Benedetto, e del gran san Bernardo tanto attaccato a questa Sede Apostolica».

Sicuramente il discorso era stato preparato ma, possiamo essere certi che il giovane Tzhaìe, e gli altri giovani eritrei, ne fecero un programma di vita. Tzhaìe Era nato ad Asmara (Eritrea) il 16 luglio 1918 da Ghezzehei e da Uassié Lemlem. Venne a Casamari con il primo gruppo il 19 maggio 1931 entrando subito nel collegio, annesso all’abbazia, dove compì i primi studi ginnasiali. Il 19 agosto 1933 passò al noviziato vestendo l’abito il 7 settembre con il nome di fra Teofilo; l’8 settembre dell’anno successivo emise la Professione semplice e il 1˚ novembre del 1937 quella solenne. Il 29 marzo 1941 fu ordinato sacerdote dal vescovo di Veroli mons. Francesco De Filippis. Era un giovane molto intelligente e assai promettente per l’istituzione monastica eritrea; molto dedito alla pietà, assai studioso, e sempre con progetti radiosi per lo sviluppo del nuovo monachesimo. Sin dagli studi ginnasiali aveva una particolare predisposizione per la matematica ed in seguito scrisse le regole per trovare le date delle feste mobili secondo il calendario etiopico. Poco tempo dopo l’ordinazione sacerdotale contrasse la tubercolosi polmonare. Questa in breve tempo consumò padre Teofilio, cui nessuna cura era valsa a prolungarne la vita. Sopportò la malattia con edificantissima rassegnazione: le sue parole erano sempre: «La volontà di Dio». Morì alle due e mezza della notte nel sanatorio di Isola Liri, a soli 24 anni, il 25 marzo 1942, giorno dell’Annunciazione. Morì munito di tutti i conforti della nostra santa religione. Il mattino seguente il suo corpo fu trasportato a Casamari, e dopo le esequie fu tumulato nel cimitero dell’abbazia.

TZAHIÉ ANTICO MONELLO, ORA TU RIPOSI SACERDOTE IN ITALIA!

Tzahié chi non lo conosceva alla Scuola Vittorio Emanuele di Asmara? Era figlio di genitori cattolici, convertiti di fresco e che vivevano fervorosamente la loro fede attingendo dalle pratiche di pietà, soprattutto dalla S. Messa che si facevano scrupolo di ascoltare ogni giorno, tanta vita, tanto ardore. Il padre lavorava in qualità di servo presso una farmacia: si disimpegnava benino nel parlare italiano. Era stato a scuola dal Rev.do Padre Luigi Bonomi, il glorioso campione di Cristo, che dopo parecchi anni di dolorosa prigionia durante l’insurrezione mahdista del Sudan, arrivato a fuggire, si era dato nuovamente tutto all’evangelizzazione degli indigeni, raccogliendoli intorno a sé, entro, un modesto tukul e consacrando alla loro istruzione varie ore al giorno.

Tuttavia  nonostante l’ambiente famigliare ottimo il nostro marmocchio dava briglia sciolta a tutta la sua irruente vivacità che si sfogava in monellerie tali da costringere le suore insegnanti dopo varie ore di eroica pazienza, a cacciarlo dall’aula. Si fece ricorso più di una volta anche in direzione e i castighi fioccarono seri e gravi: giornate di sospensione si successero con l’unico risultato di dare al monellaccio la soddisfazione di bighellonare per le vie della città e far dispetti ai passanti.

Passavano così i giorni per il vivacissimo e insopportabile neretto quando nel 1928 venne all’Asmara il Visitatore Apostolico. Una mattina mentre l’Eccellentissimo Presule tornava Cattedrale cattolica indigena s’imbatté in Tzahié che con un guizzo si gettò a terra per baciargli i piedi. Poco lontano la mamma del fanciullo osservava la scenetta e, forse colla speranza che una benedizione speciale del grande Personaggio rendesse migliore il birichino,lo pregò a volerlo ampiamente benedire. Sorrise il buon Prelato, s’abbassò sul bimbo con commozione, lo fissò a lungo quasi per scrutarne le più intime pieghe dell’anima, gli pose una mano sulla testina lanosa, appoggiò la sua croce pettorale sul cuore di Tzahié e scandendo le sillabe disse: «TU SARAI SACERDOTE DI CRISTO».

Profezia ?! Da quel momento Tzahié non fu più lui. Si poté seguirlo con immensa soddisfazione nella lotta che ingaggiò con se stesso per migliorarsi, negli sforzi continui per redimersi, nelle umiliazioni che si imponeva quando ricadeva negli antichi difetti o ne commetteva una delle sue.

L’anno dopo divenne mio alunno in IV classe. E l’epilogo fu che alla fine dell’anno, per pura giustizia, dovetti promuoverlo con dieci, compresa la condotta: certamente il rpimo dieci in condotta che Tzahié prendeva in vita sua.

Finito l’anno scolastico, una bella mattina me lo vedo capitare con l’aria più disinvolta di questo mondo e a bruciapelo dirmi:

  • Farò un lungo viaggio, andrò in Italia a studiare! Ed io a lui: E che cosa diverrai?
  • Un grande uomo – mi rispose – e ritornerò in Africa per fare cattolici tutti i neri e rivedrò voi vecchia e stanca e lavorerò per

Sorrisi di cuore. Lo salutai invocandogli ogni benedizione e quando scomparve dietro la porta socchiusa mi accorsi di avere gli occhiali bagnati di lacrime.

In giugno dello stesso anno, quattro mesi prima di questo fatto i R.R. Padri indigeni avevano raccolto alcuni giovanetti richiesti dai Cistercensi di Casamari (Frosinone) per educarli in Italia al fine di stabilire il monachismo in Oriente. Tzhaié fu una delle prime reclute.

Come era da pensarsi la faccia impertinente di quel piccolo frugolo mi tornava spesso alla memoria. Lo rivedevo in classe, in chiesa, in cortile. E più di una volta non seppi resistere e chiesi a S. Ecc.za Mons. Chidané Marìam Cassà di lui. Ne ebbi sempre ottime notizie. Già studiava latino e si distingueva non solo nelle discipline scolastiche ma prima e soprattutto in virtù.

Verso la fine del 1941 ricevetti una sua lettera nella quale mi annunciava con parole commoventi e sature di commozione la sua prossima ordinazione sacerdotale. Sarebbe diventato Don Teofilo e sarebbe ritornato in patria per redimere «tutti i neri» egli diceva «poiché lo zelo per le anime mi divora».

La guerra troncò ogni corrispondenza. Tornata in patria nel 1943, speravo poterlo rivedere e ricevere inginocchiata, dal mio antico scolaretto, la prima benedizione.

M’interessai e scrissi a Casamari. Ma in un triste mattino di ottobre freddo e tagliente mi pervenne la dolorosa risposta: «Sono assai dolente di doverle dire che Don Teofilo è passato a miglior vita nel marzo 1942. Il ricordo delle sue virtù è sempre vivo in mezzo a noi. Era intelligente, studioso e uomo di grande pietà. Era stimato assai anche dai suoi connazionali. Sarebbe stato una delle colonne dell’Opera del monachismo Cattolico in terra d’Africa. Ma purtroppo la redenzione del genere umano richiede ancora delle vittime. Come pure tutte le grandi opere richiedono sacrifici di vite umane. Egli ha sacrificato la sua vita, ha immolato se stesso al Signore per l’Opera intrapresa come gà fecero altri due ottimi Sacerdoti. Il Signore accolga il loro sacrificio e la loro immolazione sia apportatrice di benedizione e di fecondità per il monachismo in terra d’Africa.

Don Teofilo venne ordinato sacerdote appena un anno prima della sua morte.  Nel dicembre 1941 manifestò alcuni disturbi. Venne fatto visitare e furono fatte le lastre ai polmoni. La tubercolosi era ormai avanzata. Venne ricoverato nel vicino sanatorio di Isola Liri. Ogni cura fu vana. Il male fu inesorabile, ed il giovane sacerdote assistito dai nostri religiosi, dopo quattro mesi tra sofferenze sopportate con perfetta rassegnazione, fra la commozione dei presenti ed il dolore della comunità di Casamari se ne volò al cielo. Fu edificantissimo in tutto il periodo della malattia. Mai un lamento gli sfuggì. Ripeteva spesso: “Sia fatta la volontà di Dio, voglio che si faccia la volontà di Dio”. Ha lasciato l’impressione che fosse veramente un santo. La salma riposa nel cimitero monastico di Casamari, vicino all’altro Confratello e connazionale deceduto alcuni anni addietro in concetto di santità».

Lessi e rilessi la lettera e la bagnai di lacrime. Mi sembrava impossibile che Don Teofilo non dovesse più ritornare tra i suoi connazionali che l’attendevano per accendere in mezzo a loro quella fiamma che gli bruciava il cuore. Oh, avessi potuto dare la mia vita per salvare la sua preziosa!

E me lo rivedevo fanciullo, scolaretto vivacissimo ed intelligente, rivedevo il suo ultimo sorriso, riudivo le sue ultime parole laggiù nella casa di Asmara: «E tornerò qui per far cattolici tutti i neri, e rivedrò voi vecchia e stanca e lavorerò per voi…».

Un tempo di tristezza indescrivibile mi lasciò l’anima. Cercai di ravvivare la mia fede: “La vittima vale più dell’Apostolo”; “Sine sanguinis affusione non fit remissio”. Occorre del sangue per il riscatto delle anime… E Don Teofilo che voleva salvare tutti i neri li abbracciò tutti col suo grande cuore sacerdotale sul letto del suo martirio gustando lentamente il calice del suo dolore proprio allora, quando superato ogni ostacolo e coronato dall’aureola di Ministro del Signore si apprestava a ritornare in patria.

E quel giorno tra le nebbie del cuore amareggiato dall’infausta nuova mi parve vederlo aleggiare spirito candido sulla massa ondulante dei sepolti nelle tenebre, mi parve vedere a fasci piovere luce dall’alto ed illuminare tutta l’Africa pagana, e questa luce partire dal suo cuore di Sacerdote fatto grande e bello simile al Cuore Immacolato del Cristo Signore.

Suor M. Concetta Filippi delle Pie Madri della Nigrizia, in Raggio, luglio/agosto 1946, n. 4 anno XI.

ANGELICO MARIA 

Al fonte battesimale gli fu dato il nome di Yosief, era nato il 25 aprile 1915 a Sebeià (Eritrea) da Hadgrù e da Medhin Lettù, venne a Casamari col primo gruppo il 19 maggio 1931, ove con gli altri fu ammesso al collegio del monastero, e dove frequentò tutto il ginnasio, rivelando un’indole docile e intelligente. Il 7 settembre 1933, con il nome di fra Angelico, vestì l’abito monastico emettendo la professione semplice l’8 settembre dell’anno successivo. Il 1˚ novembre 1937 emise la professione solenne e il 5 maggio 1940 fu ordinato sacerdote nel proprio rito orientale da mons. Kidanemariam Cassà. Data la sua intelligenza e bontà, la sua pietà e il suo marcato zelo che rivelava un grande attaccamento all’Ordine cistercense e al novello monachesimo orientale per il quale mostrava grandi vedute e geniali progetti, molto si sperava da lui; quando, perciò, il 18 maggio 1943 partì per l’Eritrea il secondo gruppo, i superiori giudicarono di farlo rimanere, perché potesse guidare gli altri compatrioti rimasti: a tale scopo fu mandato nel monastero della Madonna di Cotrino (Brindisi) dove ve n’era una classe, per far loro scuola. Senonché qualche tempo dopo incominciò ad accusare i sintomi della tubercolosi. Si cercò curarlo con opportuni rimedi; ma visto che il male precipitava, fu ricoverato al sanatorio di Putignano in provincia di Bari. Nonostante le cure il male lo consumava e il 26 luglio del 1944 il Signore lo chiamava a sé. Era da tutti, e particolarmente dai Superiori e dai suoi compatrioti, stimato e molto benvoluto. Era buono, intelligente, pio e assai buon oratore anche in lingua italiana. Lavorava con fervore per la grande opera del monachesimo eritreo e molto ci si riprometteva da lui. Indubbiamente egli con padre Felice e padre Teofilo ha guidato dal cielo il nascente monachesimo eritreo e la loro protezione non ha avuto certo fine con il passere del tempo.

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