Venerabile Veronica Laparelli 1537-1620

Venerabile Veronica Laparelli 1537-1620

Si è molto discusso a proposito del carisma cistercense, che può essere descritto, ma difficilmente definito, perché è caratterizzato da un’armonia e semplicità dell’insieme che rifugge da ogni ‘specializzazione’. Pur assumendo accenti e sfumature diverse a seconda dei tempi e dei luoghi, si può facilmente riconoscerlo in comunità e in persone che lo vivono integralmente, a causa di una sua particolare tonalità evangelica, insieme tenera e robusta. Per il realismo della sua visione antropologica, per la sua concezione dell’amore e dell’amicizia, per l’austera e dolce sobrietà della sua ‘conversatio’, per il monastero concepito come ‘schola caritatis’, per la bellezza essenziale della sua architettura, il carisma cistercense delle origini dà la netta impressione di aver avuto il privilegio di collocare l’uomo al posto giusto e di indicargli la giusta direzione. L’uomo infatti è:

  • essere creato ad immagine di Dio
  • segnato e imbruttito dal peccato
  • redento da Cristo
  • bisognoso di ascesi
  • capace di Dio‟, la cui esperienza può essere fatta fin da quaggiù, mediante „l‟ordina-mento della carità‟, che fa ridiventare figli e fratelli

Il dono di questa presa di coscienza e di questo semplice ed esigentissimo programma di vita, fiorito in maniera molto evidente nei secoli XII e XIII attraverso una geniale riforma, che ha interpretato la Regola di S. Benedetto in maniera più letterale ed insieme più creativa, è stato tuttavia accolto in pienezza, comunitariamente o singolarmente, in tutte le epoche della ormai lunga storia cistercense, in quelle buie della decadenza come in quelle del rinnovamento. Ne dà testimonianza la figura della Venerabile Veronica Laparelli, su cui si è scritto poco, ma che merita invece di essere conosciuta e studiata. Vogliamo tratteggiarla in queste pagine, mettendone soprattutto in rilievo l’aspetto squisitamente cistercense.

Il contesto storico 

Nata nel 1537, otto anni prima dell’inizio del Concilio di Trento, Veronica entrò in monastero nel 1560, tre anni prima che il Concilio terminasse. Il clima era ancora quello delle guerre di religione: alle lotte fra cattolici, luterani e calvinisti si era aggiunto lo scisma di Enrico VIII. A quell’epoca l’Ordine Cistercense non aveva già più la sua struttura originaria: le tendenze nazionaliste dei secoli XIV e XV, le circostanze storiche decisamente avverse alla conservazione di un sistema centralizzato, la poca efficacia dei decreti di riforma del Capitolo Generale di Cîteaux a cui, soprattutto a causa delle guerre, potevano partecipare sempre meno abati   europei,   avevano   creato   via   via delle   separazioni;   dopo   la   formazione   della Congregazione di Castiglia, la prima che ne seguì l’esempio fu la Congregazione italiana di S. Bernardo, che nel 1496 raggruppò i monasteri di Toscana e di Lombardia, fino a raggiungere il numero di 45 comunità, in genere piccole. Le monache italiane si unirono a questa Congregazione o vissero sole, mantenendo malgrado tutto le osservanze cistercensi. I Capitoli Generali delegarono spesso dei priori claustrali delle abbazie in commenda come visitatori dei monasteri femminili. Dopo il Concilio di Trento ci fu un vero rinnovamento nelle comunità di monache, che però dovettero quasi tutte rifugiarsi nelle città a causa dell’insicurezza e della violenza che dominavano.

La vita in famiglia e la vocazione monastica 

Appunto in uno di questi monasteri urbani, ma di recente fondazione ( sorto fra il 1540 e il 1545 ), già reputato per il fervore, entra la giovane nobildonna Veronica Laparelli. E’ discendente di una delle famiglie più antiche e aristocratiche di Cortona. Nasce alla vigilia di Martino da Antonio Laparelli e da Maddalena Rustichelli e cresce nel palazzo paterno, in condizioni di agiatezza, servita e vezzeggiata. La bambina è vivace, ma buona e docile; si affeziona a una gallinella, quasi un pulcino, che ella alleva con cura e che la segue dappertutto, svolazzandole sulle spalle e sul petto. Un giorno però il pulcino muore e Veronica, dopo averlo ben fasciato, gli scava una piccola fossa, convinta di poterlo vezzeggiare anche morto. Tornata a vederlo dopo un po’ di tempo, lo trova tutto fradicio e pieno di vermi. Il colpo è terribile: Veronica, che ha cinque anni, intuisce la caducità delle cose terrene e risolve di volgere il suo cuore verso un amore che non venga mai meno. In età molto avanzata conferma al Confessore di aver sempre mantenuto quella promessa infantile.

Nella fanciullezza e nell’adolescenza si dà a mortificazioni corporali, digiuni e preghiere che le attirano i rimproveri e le opposizioni dei genitori e dei domestici, che la controllano e tentano con ogni mezzo di distoglierla da quel genere di vita. La ragazza non disarma, ma diviene più prudente; si alza nel cuore della notte per pregare e per infliggersi dure discipline. Trattenuta dall’amore naturale per i parenti, tergiversa a lungo prima di manifestare loro la sua vocazione religiosa e sopporta con pazienza rimostranze, suppliche e indugi. E’ saggia e prudente e vuole che i genitori accettino liberamente di donare la loro figlia al Signore. Ecco come l’antico biografo racconta la resa : ” Vedendo i genitori di Veronica essere ormai giunta la figlia ad un‟età da prendere stato, né potersi sperare che a nozze terrene giammai fosse per dare l‟assenso,…stimarono di non dovere né potere più lungamente opporsi ai suoi disegni. Perciò, e per non aver più a cuore di vedere in tanta afflizione la figlia, le accordarono finalmente, con somma ripugnanza dell‟animo loro, il sospirato consenso.” (F. Salvatori, Vita, pp. 10-11).

Veronica ha ventitré anni: se si considera che nel Rinascimento le fanciulle, mediante accordi familiari e a volte senza il loro consenso, venivano sposate quasi bambine, non si può che ammirare la lunga fedeltà della giovane donna alla sua vocazione. L’11 novembre 1560, nella festa di un santo che le fu sempre carissimo – S. Martino e S. Diego furono i suoi protettori e ad essi attribuiva i miracoli che compiva. Veronica, vestita da sposa secondo l’uso del tempo e adorna di gioielli, entra nella chiesa del monastero, mentre la badessa da dietro la grata le porge le domande rituali. Lasciamo la stessa badessa, Margherita Cortonesi che fu sua biografa, descrivere la scena: “ Mentre lei diceva queste parole di renunziare le vanità, pigliava le perle, pigliava la collana, i vezzi che lei aveva al collo, e le gittava come si fussero state fango. Gittava gli ornamenti della testa, gittava le vesti, quale aveva in dosso, e per dir meglio le scaraventava di sorte che tutti i circustanti furono commossi a ridere, non sapendo la causa di tal novità. Le monache anco non si potevano contenere di ridere…” (Vita manoscritta).

Il carattere di Veronica è ben dipinto in quel gioioso ed entusiasta ‘scaraventare’, così poco consono ad una cerimonia che doveva invece essere compiuta con lentezza e dignità. Dopo qualche giorno dall’ingresso, la stessa fonte ci informa di un altro episodio emblematico; oltre alla gioia evangelica del distacco, troviamo nella novizia un’altra grazia cistercense: un sicuro intuito comunitario, che la spinge a rompere con tradizioni inveterate nell’ambiente monastico dell’epoca. Le monache di Cortona, poverissime, provvedevano individualmente ai loro bisogni con piccoli lavori, ma dipendevano ancora molto dalle rispettive famiglie per il vitto, l’abbigliamento e le altre necessità. Ognuna prendeva il cibo nella sua cella particolare e si mangiava in comune solo nei giorni di festa. Veronica, ignara dei valori dell’autentica tradizione cistercense, si comporta spontaneamente nel modo giusto: va dalla badessa e le consegna la parte “del suo dotamento per suo uso, come si suol concedere a tutti l‟altre…rimettendosi tutta in Dio sotto l‟obbedientia di chi governava.”

Non si lascia persuadere dalle assicurazioni della badessa Margherita, che le affermava la legittimità e anzi la necessità di trattenere quel denaro, e addirittura – continua la Superiora – “un giorno di poi mi portò dei quattrini, i quali gli erano rimasti che non se n‟era acorta, e per concludere, il principio e vero fundamento della vita sua esemplare, sì è che mai ha voluto niente di proprio”. Non era il suo fervore di novizia a spingerla infatti a questo spogliamento, dato che fu sempre questo il suo metodo di vita; consegnò sempre i proventi del suo lavoro per i bisogni della comunità e donò al monastero ogni cosa che le veniva offerta, compresa una rendita di un oliveto, ricevuta come eredità materna. Volle sempre indossare le vesti di sorelle defunte e si accontentò di ogni cosa smessa dalle altre monach.

Non amava andare in parlatorio e ci andava solo se costretta. Non partecipava neppure alle ricreazioni speciali che la comunità aveva costume di fare nei giorni di carnevale.

Cistercense per sempre 

Veronica fece la professione definitiva dopo un anno dall’ingresso, secondo l’uso del tempo. La biografia scritta in vista della Beatificazione si diffonde sulla sua innocenza, che conservò fino alla morte, sulla povertà e sull’obbedienza, che prestava non solo alla badessa, ma a tutte le sorelle, anche le più giovani, comprese le converse. Sottolinea inoltre la sua capacità di correggere le compagne senza offenderle, quando avvertiva infiltrarsi nella comunità lo spirito di mormorazione. Veronica era una vera cistercense: donna di comunità, che reclamava per sé il privilegio di servire: servì infatti le inferme e prese gioiosamente per sé i lavori più umili e pesanti. Sempre pronta al servizio di mensa, fedelissima agli atti comuni, durante i sessant’anni della sua vita in comunità, la premura nel servizio fu il suo programma quotidiano. Se la si lodava per la sua disponibilità o per altro, si mostrava molto dispiaciuta, per cui era diventato un detto comune nel monastero che ‘per far dispetto a Sr. Veronica e vederla adirata, bastava lodarla’.

Lo spirito cistercense di cui era impregnata si manifesta anche nella sua grande attrattiva verso i misteri del Natale e dell’infanzia del Signore, ad imitazione di S. Bernardo, di Elredo e di quasi tutti i Padri del XII secolo. Emula in questo della Beata Ida di Leau, ricevette il dono di ricevere dalla Vergine il Bambino Gesù, come è riferito nella deposizione giurata di una testimone oculare: “… Nel tempo che io stava nel Monastero della SS.ma Trinità, che fu intorno a nove anni, detta Suor Veronica ogn‟anno ottenne grazia, e meritò, che dalla gloriosa Vergine le fosse dato Gesù Bambino: e questo lo so, perché vedevo ogn‟anno la notte di Natale detta Suor Veronica in estasi tenere alto lo scapolare, stare inginocchione nell‟Oratorio, e poi drizzarsi, fare una riverenza, poi stendere le braccia, rivoltare sopra le braccia l‟altra parte dello scapolare per ricuoprire il Bambino, e poi fare un‟altra riverenza, ed andare per il Monistero gridando: ‟Amore, Amore‟. Ed io vidi ogn‟anno, come sopra, nel detto scapolare la forma del detto Bambino, cioè di lunghezza di circa tre palmi; e vedevo la forma del capo, de‟ piedi, e di tutta la vita, ma il Bambino non lo vidi mai. Dipoi vedevo che detta Suor Veronica andava al fuoco, e faceva atto di scaldare detto Bambino, e poi tornava nell‟Oratorio, e s‟inginocchiava: e parlando con la Madonna, io sentivo che dimandava in grazia alla gloriosa Vergine di tenere quel Bambino un altro poco, e che lo lasciasse vedere alle altre sue Monache; e di poi taceva. Di lì a  poco ripigliava: „ Esse l‟amano, e gli vogliono bene, ma se lo vedranno, l‟ameranno maggiormente, e s‟innamoreranno del di lui amor divino, e grideranno „Amore‟, come facc‟io‟. Poi faceva l‟atto di rendere il Bambino alla Beata Vergine…e quando si lasciava calare lo scapolare, io vedevo che nello scapolare non vi era cosa alcuna.” (F. Salvatori, Vita, pp. 106-107).

La lunga citazione mette in risalto non solo la tenerissima devozione di Veronica per il Bambino Gesù e la sua profonda comprensione del mistero dell’Incarnazione, ma il suo amore per le sorelle e il suo desiderio di condivisione dei doni spirituali da lei ricevuti.

Come le mistiche cistercensi del XIII secolo, anche Veronica ama follemente il Cristo della Passione, di cui rivive tutte le tappe dolorose, specialmente durante la Settimana Santa. Come le grandi cistercensi del territorio di Liegi vive nel Sacramento Eucaristico il momento culmine dell’unione sponsale a cui aspira la sua anima amante: il libro III della Vita, che parla dei suoi doni soprannaturali gratuiti, narra che la santa monaca fu spesso comunicata da angeli e, almeno una volta, da Cristo in persona “ che, dopo averla comunicata col pane della vita, in luogo della purificazione del semplice vino, che si usa tra noi, le diede a bere nel calice il suo pretiosissimo sangue.” (Vita manoscritta).

L’intensità dell’amore e il bisogno di comunicarlo spinsero più volte Veronica a suonare le campane a festa; in una vigilia di S. Francesco suonò per ben tre ore, facendo accorrere al monastero tutta la città. Per farla smettere si dovettero tagliare le funi, che però non caddero, ma rimasero tese fra le sue mani. Queste manifestazioni stravaganti di folle amore erano bilanciate da un solido buon senso e da molta umiltà: sempre diffidente e confusa di fronte ai doni soprannaturali che la spaventavano e la umiliavano, Veronica, a forza di preghiere, ottenne dal Signore che cessassero gli stati mistici “ qualora trovavas‟ in pubblico”. Le sue preghiere salvarono per due volte il suo monastero da un incendio e innumerevoli volte fornirono il necessario alla comunità ridotta in miseria. Con molto senso pratico e una fiducia illimitata nella Provvidenza, ella promuoveva lavori di sistemazione di pavimenti e di conduzione dell’acqua, che venivano pagati grazie ad interventi miracolosi.

Come S. Lutgarda, Veronica digiunava per la conversione e la salvezza dei peccatori: dal 10 novembre a Natale e dall’Epifania a Pasqua faceva le sue „Quaresime‟ e la badessa Cortonesi racconta che “ assaissimi giorni è stata che non ha preso se non la santa Comunione. Questo s‟è visto più volte. Tra l‟altre una volta passando 18 giorni senza mangiare e bere niente niente se non quando si comunicava, il che era ogni mattina.” ( Vita manoscritta) Per i peccatori e in modo speciale per la sua Cortona supplicava la misericordia di Dio con insistenti preghiere. Le monache del monastero della SS. Trinità riferiscono le sue invocazioni, quando pregava senza pensare di essere udita o veduta: “ Signore, in benefizio di queste creature; Signore, in benefizio di queste creature…Signore, distendete le braccia della vostra infinita pietà verso queste creature…Misericordia, misericordia.” (F. Salvatori, Vita, p.90). 

La fama di santità 

Era più che naturale che la sua fama si spargesse in città e nei dintorni: si parlava di lei come della ‘Suora santa‟ ed “era poi comun detto presso quel popolo, che Cortona avea due gran tesori, uno in cielo, e l‟altro in terra: il primo era la B. Margherita, il secondo Veronica.” ( Ib., pp. 138-39). Ebbe i doni della profezia, delle guarigioni e della lettura dei cuori, ma li poneva a servizio del prossimo con semplicità schiva, attribuendone agli altri i meriti e i risultati. Non mancava neppure di decisione e di una certa toscana franchezza, come dimostra una delle cinque lettere che ci sono rimaste di lei. Non datata e senza il nome del destinatario, sappiamo che era indirizzata ad un sacerdote: “ …et ancora la voglio pregare che si ricordi delli molti obblighi che sua Signoria ha colla Santa Chiesa, perché veda di soddisfare allei et anco alla sua coscienza in non andare colla fatiga di altri alla altra vita, accio‟ che Iddio li conceda la sua santa grazia.”

A Cortona, in S. Maria Nuova, c’è uno splendido dipinto di Alessandro Allori, allievo del Bronzino, che rappresenta la Natività della Madonna; nella parte inferiore del quadro, fra le fanciulle che guardano la neonata con stupore ammirato, c’è una vecchia donna dal viso sciupato, ma dolcissimo: è Veronica, che aveva allora 58 anni. La santità le traspare dal volto e dall’atteggiamento. Ormai è molto conosciuta e stimata: non solo la gente umile, ma anche vescovi, prelati e  sovrani la visitano o le scrivono chiedendole aiuto e preghiere.

Aspettando l’incontro con il Signore 

Le restano ancora 25 anni di vita e Veronica li trascorre offrendo a Dio il sacrificio di una vecchiaia tormentata da gravi e frequenti infermità. Vuole dare tutto al suo Signore, fino all’ultimo. Leggiamo nella Vita del Salvatori che anche quando a stento si poteva muovere dalla cella, pregava qualche sorella caritatevole di darle il braccio per portarla in coro o agli esercizi comuni. Soprattutto in questo periodo di lento disfacimento Veronica dà la prova più evidente della sua santità, vivendo le malattie – e a volte chiedendole per assimilarsi al Cristo sofferente – in atteggiamento di offerta ( si pensi a S. Aleide o a S. Lutgarda…). Porta le molestie e le umiliazioni della vecchiaia con un umorismo e una gioia tutta cistercense, nell’obbedienza, e cercando di dare il minimo fastidio alle sue sorelle. E’ già all’infermeria e le sorelle infermiere la alzano dal letto e la siedono su una sedia, allontanandosi poi per un altro servizio, Veronica cade, incastrandosi fra un altarino e la sedia in una posizione che suscita il riso. Difatti le sorelle accorse la trovano che ride, dicendo ‘ Gesù, Gesù.’ Ed esse stesse, di fronte alla comicità della situazione, la lasciano a terra e non finiscono più di ridere. Quando la rialzano e la interrogano, vengono a sapere che il suo riso era provocato dalla gioia di soffrire qualcosa per amore di Gesù.

A 81 anni Veronica si ammala gravemente e, desiderando di essere sciolta dal corpo per essere con Cristo, pensa di pregare perché Dio non la guarisca, ma la prenda con sé. Prima però vuole assicurarsi di avere il permesso della sua badessa, che glielo nega; chiede allora al Signore la sanità e dopo pochi giorni guarisce. Durante l’ultima infermità, che durò quattordici mesi, la sua pazienza, la sua giovialità e l’adesione alla volontà di Dio fanno l’ammirazione delle altre monache, un tempo così restie a riconoscere l’opera di Dio nei suoi ‘eccessi’ mistici. “Attestano le religiose che l‟andavano a visitare, e le infermiere specialmente, che fu quella malattia una scuola di perfezione. Con tutti gl‟incomodi che andava soffrendo, sempre con volto ilare si vedeva, come se stata fosse in mezzo alle delizie; e se qualcuno le dimandava, come se la passasse? rispondeva tutta gioviale:‟ come piace a Gesù‟. Di una sola cosa mostrava alcune volte dispiacimento ed afflizione, cioè del vedersi con troppa cura assistita dal Monasterio, e dell‟incomodo che soffrir doveano le infermiere per sua cagione.” (F. Salvatori, Vita, p.146).

Veronica muore placidamente, senza agonia, il 3 marzo 1620, anno in cui il Papa Paolo V aveva esteso a tutte le chiese locali il Giubileo straordinario, indetto l’anno precedente per portare rimedio ai tanti mali dell’epoca. Anche Veronica aveva lucrato l’indulgenza, trasportata in chiesa dalle sue infermiere: seduta su una sedia, con due suore inginocchiate a lato, aveva assistito alla Messa; al momento dell’elevazione dell’Ostia e del Calice fu udita ripetere sottovoce per tre volte:” Signore, se è in salute dell‟anima mia, e se vi piace, tiratemi a voi.” (Ib. P.156).

I tratti salienti di questa grande mistica furono l’umiltà, la semplicità, la gioia, la libertà e un grandissimo senso comunitario: in lei la ricerca di Dio, la dedizione a Cristo e l’amore per le sorelle e per il prossimo trovarono una sintesi felice in un’umanità calda, in una sponsalità e una maternità pienamente riuscite, perché vere. Veronica Laparelli, monaca cortonese del Seicento, fu compiutamente cistercense.

Augusta Tescari ocso

 

Nel 1629 il vescovo di Cortona, mons. Lorenzo della Robbia, inizia il processo informativo e, nel 1682, inizia il processo sopra il «non culto». Il 23 luglio 1753 si tiene la Congregazione antipreparatoria mentre il 1 settembre 1761 ha luogo la Congregazione preparatoria. Il 24 aprile 1774, dopo aver avuto luogo la Congregazione generale il 12 aprile dello stesso anno, il papa Clemente XIV emana il Decreto sulla eroicità delle virtù della Serva di Dio e conferisce a sr. Veronica Laparelli il titolo di Venerabile

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