<span class="entry-title-primary">16 giugno 2018,  Santa Lutgarda</span> <span class="entry-subtitle">di P. Pierdomenico Volpi</span>

16 giugno 2018, Santa Lutgarda di P. Pierdomenico Volpi

1 Re 19, 19-21; Sal 16; Mt 5,33-37

La prima lettura odierna racconta la chiamata di Eliseo e la sua investitura a profeta del Signore; la vita di Eliseo subisce, quindi, un cambiamento: tutte le chiamate del Signore implicano una trasformazione dell’esistenza da parte del chiamato; non è possibile «rimanere come prima», perché il Signore irrompe e sconvolge tutti i progetti umani, anche quelli che noi diremmo «buoni». Eliseo, di conseguenza si distacca dalla sua famiglia e dalla sua vita di prima e si mette al seguito di Elia in totale disponibilità alla Parola di Dio di cui il profeta è voce.

Oggi il Calendario liturgico Cistercense celebra la memoria di santa Lutgarda, una santa fiamminga del XIII secolo. Sin da quando era adolescente Gesù le apparve indicandole quale doveva essere il suo modo di essere «profeta del Signore».

Il suo biografo racconta che, una mattina, Lutgarda, spossata dalla stanchezza, prese la decisione di non andare in coro con le altre monache ma di riposare. Subito una voce dal cielo le disse: «Figlia, cosa fai? Riposi senza darti pena per i peccatori che mi stanno offendendo? Alzati e lascia il tuo letto, perché è necessario che tu faccia penitenza per i peccatori». Immediatamente Lutgarda si alzò e corse in fretta in chiesa: quale non fu la sua meraviglia quando le apparve Gesù crocifisso che versava sangue dalle sue piaghe! Ma ciò che la sconvolse fu quando il Crocifisso staccò un braccio dalla croce e la abbracciò. In un’altra visione le apparve la Vergine Maria sofferente e sconsolata; Lutgarda domandò il motivo di tale dolore. Maria rispose: «Sappi, figlia mia Lutgarda, che la causa della mia tristezza è dovuta agli eretici e ai cattivi cristiani, i quali cercano nuovamente di crocifiggere mio Figlio. Perciò, come buona figlia che vuol bene alla madre, consolami nella mia tristezza; piangi amaramente per i peccati del mondo, fa’ dunque penitenza e digiuna per sette anni affinché la terribile collera di mio Figlio si plachi».

 Un’altra volta Gesù le disse: «Non vedi come mi offro totalmente a mio Padre per i miei peccatori? Allo stesso modo vorrei tu offrissi completamente te stessa a me,  e in questo modo dissipassi la collera che si è accesa contro di loro come conseguenza del peccato». Queste visoni ci dicono chiaramente ciò che Dio voleva da questa santa: essere avvocata dei peccatori. In quest’ultima visione è sicuramente interessante che Gesù parla di «miei peccatori»; Thomas Merton nella sua biografia di Lutgarda, a tal proposito, scrive: «É veramente la voce dell’amore di Cristo che noi udiamo qui: di quell’amore che lo portò sulla croce per salvare i peccatori, per riscattare tutti gli uomini dall’inferno. I peccatori appartengono all’amore infinito che li ha creati e che li sostiene ad ogni momento dell’essere» [1].

Da decenni parlare di peccato, peccatori e inferno non fa più «tendenza»; è pur vero che il Catechismo della Chiesa Cattolica riafferma tali realtà [2], ma pare che anche questo testo sia passato di moda. Forse sarebbe più che mai utile rileggere i primi canti dell’Inferno dantesco e la lettera a Cangrande della Scala del poeta fiorentino, per avere una cognizione esatta dei termini peccato, peccatore e inferno. Ovviamente la Parola di Dio è più che mai chiara in proposito ma, visto che quando i personaggi della Sacra Scrittura parlavano non vi erano apparecchi sofisticati per registrare, affidiamoci alla fede che ci tutela da queste casistiche, per aderire totalmente alla Parola ispirata di Dio ed interpretata dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa.

Quando Lutgarda parla di peccato,di peccatori e di inferno alla base vi è il comandamento dell’amore al prossimo che deve essere assolutamente salvato: «Quanto il cielo è alto sulla terra così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono» afferma il salmo 102; poteva Lutgarda essere impassibile di fronte a coloro che conducevano una vita senza temere Dio? Chiaramente la Santa cistercense digiuna, prega e piange per suoi fratelli per amore di Gesù Cristo e di loro stessi: proprio come un novello Mosè, che supplicò Dio affinché il suo popolo fosse risparmiato dai castighi divini. Ricordando Mosè e l’episodio del vitello d’oro Benedetto XVI, nell’Udienza generale del 1 giugno 2011, diceva: «Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia del peccato, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza». Lutgarda fu orante per i suoi fratelli e le su sorelle affinché il perdono scendesse copioso: non è forse questo il modo più alto di amare il prossimo? Quando prego perché Dio conceda il perdono a coloro che hanno peccato, è ovvio che anch’io, peccatore, vengo coinvolto in questo reciproco dono di salvezza, in quanto ci sono altri fratelli nella fede che stanno pregando per me.

La vita di Lutgarda è un esempio di come si deve amare Dio e il prossimo: tanto era l’amore per le anime e tanto quello che ebbe nei riguardi di Dio, che la sua vita era totalmente conformata dalla carità. Santa Lutgarda ha svolto il suo essere profeta come «supplica per i peccatori» ancora oggi: «ci sta davanti ferita con le ferite dell’amore di Cristo e partecipe della sua passione, e ci sta per noi […]. Essa è qui, col suo cuore sanguinante, per ispirarci a combattere il nostro egoismo e ad assediare il cielo con l’amore e l’abnegazione» [3].

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[1] Tomas Merton, Che sono queste ferite?, Milano 1952, p. 48.

[2] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1033 ss.

[3] Tomas Merton, Che sono queste ferite?, Milano 1952, p. 210.

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