<span class="entry-title-primary">16 Luglio 2018, Beate suor Marie e suor Madaleine</span> <span class="entry-subtitle">di P. Pierdomenico Volpi</span>

16 Luglio 2018, Beate suor Marie e suor Madaleine di P. Pierdomenico Volpi

Omelia – 16 luglio 2018: Is 1,10-17; Mt. 10,34-11,1

Dal Vangelo odierno è possibile trarre qualche suggerimento per ricordare le beate Maria di Sant’Enrico e Maddalena del Santissimo Sacramento; entrambe furono religiose del monastero Cistercense di Santa Caterina in Avignone: sorelle di sangue, di professione monastica e di martirio.  La scelta per Cristo deve essere totale e assoluta; il Maestro lo afferma chiaramente: «Chi ama il padre o la madre non è degno di me». Nessuno va più voluto bene di Lui e si deve essere disposti a perdere tutto per Lui, compresa la vita. Il pensiero corre al 16 luglio 1794 nel carcere di Orange e all’affermazione di suor Maddalena del Santissimo Sacramento, pochi istanti prima di essere ghigliottinata: «Dobbiamo aver maggior riconoscenza verso i nostri giudici, che verso i nostri genitori, perché questi ci hanno donato la vita temporale, mentre i giudici ci procurano la vita eterna» [1]. Le nostre due martiri dal momento dell’arresto, sicuramente compresero che, come Gesù non era «venuto a portare pace sulla terra ma la spada», la testimonianza della loro vita monastica aveva portato una guerra contro tutto ciò che rendeva manifesto la possibilità di dedicare tutta la propria esistenza al Signore della vita. Le martiri di Orange, in Cristo Gesù, avevano trovato la vita perciò con serenità e pace nel cuore la offrirono ai carnefici: «Son in fin di vita. Felice morte quella sulla croce! E’ qui che si trova la vita» affermava suor Sainte Théotiste, Sacramentina di Bollén anch’essa tra le trentadue martiri di Orange. Come gli apostoli, incarcerati dal Sinedrio per la loro fedeltà al Maestro erano ricolmi di gioia per essere stati giudicati degni di soffrire per il nome di Gesù, allo stesso modo la gioia del Signore riempiva il cuore di queste prigioniere. Nel carcere esse continuarono a vivere seguendo la spiritualità, per quanto poterono, dei loro Ordini; è degno di ammirazione il vedere l’animo di queste monache modellato e alimentato dalle fede dei martiri:  Orsoline, Sacramentine di Bollén, Cistercensi e Benedettine, furono condotte al patibolo dove tutte trentadue offrirono con gioia la loro vita testimoniando perennemente il loro «Si». Come un profumo, infatti, il sangue dei martiri, nell’amore dello Spirito, continua a bruciare al cospetto di Dio Padre implorando misericordia per tutti gli uomini.

Noi ora ammiriamo la fedeltà di queste martiri ma, si deve ammettere che il «Beati voi quando dovrete soffrire per causa mia perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» non è una delle beatitudine più gradite, anche se Gesù è chiaro in proposito. Solo al pensiero di dover soffrire per la fede, la parte umana di noi è presa, se non da paura, da un profondo timore. C’è da credere che sia avvenuto ciò, in un primo momento, anche alle nostre martiri ma, in seguito, non il terrore prese il sopravvento ma la fiducia totale nel Signore perché «Ai martiri che, per amore del tuo nome, affrontano una dura battaglia, tu doni fede certa e fermezza incrollabile» dice il prefazio dei Santi Gervasio e Protasio della Liturgia Ambrosiana. Come non vedere in queste donne l’immagine riflessa dalla madre dei fratelli Maccabei? Ma anche l’immagine di una schiera innumerevoli di martiri che hanno versato il sangue per il loro Sposo. Vengono alla mente i versi del poemetto Suor Virginia di Pascoli quando la protagonista immagina di vedere sant’Orsola e le sue compagne di martirio: «E vennero le morte undicimila/ vergini, con le lampade fornite/ d’olio odoroso; camminando in fila; / di bianco lino, come lei, vestite; / nelle pallide conche d’alabastro/ portando accese le loro dolci vite». Anche noi possiamo pensare le beate suor Marie e suor Madaleine che, con le loro compagne di martirio, offrano a Dio le loro dolci vite; vite che con la morte non si sono spente ma rimarranno sempre accese perché «Nessuno accende una lucerna e la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché quanti entrano vedano la luce» (Lc 11, 33). Le loro esistenze sono una forte testimonianza di fede e, conseguentemente di fedeltà alla vita monastica, per noi che spesso costruiamo la nostra casa su sabbie mobili o su terreno friabile. Il loro martirio è il frutto di una vita consacrata a Dio e alimentata, giorno per giorno, dalla sua presenza; pur essendo in questo mondo il loro cuore era sempre rivolto al Signore e degne figlie di Cîteaux avranno ripensato alle parole di san Bernardo: «Tutto ciò che infatti è terreno tentenna ed è caduco. La nostra vita sia in cielo, e non avremo più paura né di cadere, né di essere buttati giù. Nei cieli è la roccia, in essa stabilità e sicurezza. Le rocce sono rifugio per gli iraci (Sal 103, 18)» [2].

Pierdomenico Volpi

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[1] André Reyne, Daniel Brehier, Le martiri di Orange, Rimini 2007, p.201.

[2] San Bernardo,Sermoni sul Cantico dei Cantici, LXI, 11.

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