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25 Ottobre 2018, Beato Bernardo Calbó di P. Pierdomenico Volpi

Monaco Cistercense e Vescovo di Vch (Tarragona)

Omelia – 25 ottobre 2018: Ef 3,14-21; Lc. 12,49-53 

 

Il Vangelo di oggi è uno dei brani che disorientano: Gesù che ha affermato beati i pacifici e ha lasciato in eredità la sua pace ai discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv. 14, 27); nel Vangelo dichiara senza nessuna cautela e alcun timore di non essere venuto a portare pace ma divisione. Nel Vangelo di Matteo non troviamo il fuoco ma la spada: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10, 34). É possibile identificare il fuoco e la spada proprio con la Parola che Gesù annuncia. Essendo egli stesso la Parola incarnata, è quando si aderisce totalmente a lui che va in pezzi la pace che il mondo tanto ama e, magari, anche noi stessi amiamo. Questo perché colui che fa guerra al Dio vivente lavora su due fronti: fuori di noi e dentro di noi quando invece per seguire Gesù Cristo si devono avere dei punti fermi che non possono venire a patti con il mondo. A questo proposito, la memoria del beato Bernardo Calbó può essere utile per poter trarre qualche insegnamento per la nostra stessa vita: anche prima di entrare in monastero, egli non scese a patti con «l’economicamente e politicamente corretto» del suo tempo.

Bernardo, nacque nel 1180 e sin da giovane intraprese gli studi di legge come il suo compatriota san Raimondo da Peñafort. Forse frequentò l’Università di Bologna che, a quel tempo, annoverava molti alunni aragonesi. Tornato in patria svolse funzioni giuridiche e amministrative nella curia arcivescovile di Tarragona. Uomo retto non potè accettare i colleghi che avevano una coscienza poco limpida e senza scrupoli. Proprio in questo frangente entrarono in gioco gli evangelici «fuoco e spada». Bernardo non  compromise la tranquillità della sua coscienza e conseguentemente la salvezza della sua anima; decise, quindi, di fare guerra alla farisaica giustizia mondana preferendo la Parola del «Servo giusto».

All’età di 32 anni Bernardo si ammalò gravemente e si trovò  faccia a faccia con la morte; proprio la malattia lo rese cosciente dei piani del Signore su di lui e prese la decisione di lasciare tutto per entrare nel monastero cistercense di Santa Creus (Tarragona). Prima di entrare andò in pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Anche in questo frangente la Parola del Signore non fu per nulla accondiscendente e conformista infatti egli avrebbe potuto tranquillamente continuare la sua brillante carriera giuridica ma, per Bernardo, quella Parola fu il fuoco che purifica «perché con il fuoco si prova l’oro» come afferma il Siracide 2,5. Nel giugno del 1215, prima di emettere la Professione monastica si spogliò definitivamente di tutti i suoi beni facendo testamento in favore dei suoi famigliari. Finalmente nella solitudine e nel silenzio il fuoco potè forgiare la sua anima per amare senza riserve il Signore. É in monastero che il nostro beato prese coscienza che doveva vivere fino in fondo il suo «secondo battesimo» e  condurre una guerra interiore contro tutto ciò che si opponeva alla volontà di Dio. Solo dopo questa purificazione Bernardo trova la pace interiore contrassegnata dall’armonia tra l’uomo e Dio. Nei dodici anni di vita monastica, la lettura dei testi di san Bernardo di Chiaravalle era quotidiana, ne fanno fede queste parole da lui scritte: «Quando Dio ama vuole in maggior misura una cosa: essere amato, e ama solo essere amato, sapendo che l’amore farà felici tutti quelli che lo amano»; parole che sono eco del testo dal santo Abate di Chiaravalle De Diligendo Deo.

Nel 1225 Bernardo fu eletto abate del suo monastero; la sobrietà, la disciplina e il silenzio cistercensi erano ben presenti nel suo monastero ma non regnavano in tutti i monasteri. L’abate Bernardo, che visse pienamente la responsabilità della sua chiamata,  volle infondere il primitivo spirito cistercense non solo nella sua comunità ma anche a quella dell’abbazia cistercense di Ager (Lleida). Esortò quella comunità affinché fosse osservata la regola e gli Usi per salvaguardare la castità e il silenzio nell’anima, dimora dello Spirito Santo. Scrisse: «essere monaci significa che è il silenzio il baluardo per la vita di un religioso».

Nel 1233 la vita di Bernardo subì un cambiamento.  Il Capitolo della diocesi di Vich vide nell’abate cistercense si Santa Creus «l’uomo prudente e discreto, sia nelle questioni spirituali che temporali, a cui la maturità dell’età, l’onestà della sua condotta e una formazione teologica competente lo rendono degno di assumere l’episcopato della diocesi». Da vescovo ebbe come norma di vita, oltre alla Parola di Dio, il De Consideratione, il testo che san Bernardo indirizzò a papa Eugenio III; soprattutto quando l’abate di Clairvaux insiste sul primato della vita spirituale. Egli nelle sue funzioni episcopali al primo posto mise la missione spirituale e pastorale e poi quella amministrativa e temporale. Da vescovo non scordò di essere monaco tanto che volle con se una piccola comunità di quattro monaci che gli ricordassero che la vita monastica era ricerca di Dio. Egli non temette le incomprensioni, i contrasti e le mormorazioni perché, come afferma il canto al Vangelo di oggi tratto dalla lettera ai Filippesi: «Tutto ha lasciato perdere e considerato spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato da lui». Bernardo Calbó morì nel 1243.

Fare memoria di un santo significa anche lasciarci mettere in discussione dalla testimonianza di fede che egli ha lasciato. Se dovessimo confrontare la pagine del Vangelo di oggi con la vita del beato Bernardo dovremmo semplicemente affermare  che quest’ultimo ci indica la via che dobbiamo percorre per attuare le parole di Gesù contenute nel Vangelo odierno, avendo presente le parole di sant’Agostino: «Si isti et istae, cur non ego?».

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