<span class="entry-title-primary">3 Settembre 2018, San Gregorio Magno, Papa</span> <span class="entry-subtitle">di P. Pierdomenico Volpi</span>

3 Settembre 2018, San Gregorio Magno, Papa di P. Pierdomenico Volpi

Omelia – Lunedì 3 settembre 2018: 1 Cor. 2,1-3; Lc 4, 16-30

Il Canto al Vangelo della liturgia odierna tratto dal Vangelo di Luca (4,18) «Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha mandato ai poveri il lieto annuncio», si coniuga molto bene al santo di cui oggi si fa memoria: il papa Gregorio Magno. Un santo molto caro ai monaci che militano sotto la Regola di San benedetto. San Gregorio Magno ha, infatti, narrato nel II libro dei Dialoghi probabilmente scritto del 593, la vita del nostro santo padre Benedetto. Questo libro ha un valore speciale per i monaci perché tutto quello che noi consociamo di Benedetto e dei primordi della sua istituzione monastica, si deve a san Gregorio.

Il Vangelo di oggi è possibile meditarlo sotto diversi punti; facendo una scelta, possiamo interpretarli alla luce di due termini: Incomprensione e Missione. Per quanto concerne il primo, gli abitanti di Nazareth si attendevano dal Messia un annuncio di restaurazione dell’antico regno quindi non potevano comprendere altro della missione del Messia. Quando, a causa della loro durezza di cuore, si vendono inclusi da Gesù «si riempirono di sdegno».  Il Vangelo di oggi ci ricorda la singolarità della storia di Cristo che si ripropone costantemente nella storia del cristianesimo; non può comprenderla se non chi al di sopra della logica umana, sa credere in una sapienza divina che tutto dispone e tutto governa nel mondo, nella vita, nella storia, nella nostra «piccola storia» e soprattutto nel progetto di salvezza che ha in Cristo il centro e la chiave di volta.

Anche Gregorio non fu sempre capito da coloro che avrebbero dovuto sostenerlo nella sua missione; come Gesù, non fu nemmeno compreso da una parte «dei suoi» e dagli abitanti della sua città. Nel 591 scriveva una lettera all’amico Leandro vescovo di Siviglia nella quale diceva: «Nel posto che occupo sono talmente sbattuto dalle onde del mondo che dispero di condurre in porto questa nave vecchia e marcia che per un misterioso disegno divino mi è stata affidata». Nonostante tutto e tutti, Gregorio tenne ben fermo il timone della nave perché aveva la certezza che il compito di timoniere gli fosse stato affidato da Dio e chi lo ostacolava, alla fin fine, combatteva Dio. Gregorio lo ricorda nel Commento a Giobbe, quando scriveva: «L’avversario vibrò i suoi colpi contro Giobbe, ma in realtà scese in campo contro Dio. Giacobbe venne a trovarsi come il bersaglio tra Dio e il diavolo. Dio accettò la sfida del diavolo perché era sicuro che Giobbe sarebbe uscito vittorioso dalla prova». Possiamo dire che Gregorio passò in mezzo ai suoi avversari non temendo di essere «gettato giù dal ciglio del monte» perché ben sapeva a chi aveva affidato la sua vita.

Il secondo termine è Missione; nel Vangelo Gesù afferma chiaramente che è stato «mandato ha portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare la libertà ai prigionieri e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi». E’ la stessa missione che Gesù affiderà agli apostoli: essi dovranno continuare l’opera di Cristo; noi stessi, a secondo della propria vocazione, siamo chiamati a tale missione. Gesù, però, ha parlato al «microfono» di Palestina migliaia di anni fa; quale filo conduttore ci trasmetterà la sua voce? E’ sicuro e innegabile, data la saggezza di Gesù, che un filo conduttore ci deve pur essere; questo perché, come affermava Benedetto XVI: «Gesù Cristo non è un’opinione barattabile a secondo delle opinioni, egli è la Verità». Purtroppo, sempre nella storia del cristianesimo, ci sono stati e ci sono dei «continuatori non autorizzati del messaggio evangelico». Il Vangelo odierno afferma in modo chiaro il nome del «filo conduttore»: è lo Spirito del Signore che ha mandato Gesù ed è lo stesso Spirito che ha inviato i dodici e gli apostoli di tutti i tempi. San Gregorio è stato donato dallo Spirito Santo alla Chiesa perché continuasse la missione di Gesù. Gregorio fu un grande missionario: è sufficiente citare l’evangelizzazione degli Angli che, grazie al monaco Agostino, fu portata avanti con successo. Il papa vede nella conversione di questi popoli un segno dal cielo; egli scrive: «Gli Angli hanno imparato a cantare il canto degli angeli in onore del bambino nato a Betlemme, e formano un unico coro con noi che un tempo li guardavamo con disprezzo; anch’essi cantano con noi l’inno di gloria a Dio e invocano pace sulla terra, come ad auspicare che la Bontà nata in terra congiunga coloro che l’ostilità divideva». A ragione, quindi, si può dire che il pontificato di Gregorio fu un incessante e ininterrotto ministero per portare «il lieto annuncio ai poveri». L’efficace azione pastorale di papa Gregorio fu dovuta al suo essere costantemente in contatto con Dio. Il tempo da lui dedicato alla preghiera fu di tutta la sua vita poiché egli era sempre unito al Signore al di là delle vicende terrene. La tradizione iconografica, ritrae san Gregorio con una colomba che vola vicino al suo orecchio; la colomba è simbolo dello Spirito Santo da cui il nostro santo traeva ispirazione. Egli nonostante gli impegni pastorali, fu monaco costantemente in ascolto della voce del Signore. Il suo essere pastore era il frutto di avere sempre nel cuore e nella mente le parole del Prologo della Regola: «Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del Maestro, apri docile l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri i consigli del tuo padre buono e impegnati con vigore a metterli in pratica». Un insegnamento che non dovrebbe lasciare immuni i redattori dei cosiddetti «Piani pastorali»!

Nella mente di san Gregorio Magno, la Regola di san Benedetto fu considerata e apprezzata come elemento che illumina e rispecchia tutta la santa vita del Patriarca dei monaci d’Occidente. La Regola benedettina, per Gregorio è: «esemplare per la discrezione e chiarissima per la forma»; la lode alla discrezione, alla moderazione e all’equilibrio, risalta in ogni pagina del II libro dei Dialoghi. Ciò che spinse san Gregorio a fare menzione della Regola è da lui scritto nel capitolo trentasei quando dice a proposito di Benedetto: «questo sant’uomo ha insegnato esattamente come ha vissuto». Questo elogio al nostro santo padre Benedetto, a ragione, può essere applicato al suo fedele discepolo san Gregorio Magno di cui oggi facciamo memoria. Egli pur non essendo il primo che adottò il titolo di servus servorum Dei, ne face largo uso perché corrispondeva in maniera perfetta al suo stile di vita e diceva chiaramente il suo essere monaco formato alla «Scuola del Servizio divino».

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