<span class="entry-title-primary">9 Luglio 2018,  Beato Eugenio III papa</span> <span class="entry-subtitle">di P. Pierdomenico Volpi</span>

9 Luglio 2018, Beato Eugenio III papa di P. Pierdomenico Volpi

Omelia – Lunedì 9 luglio 2018

Os 2,16-28.21-22; Mt 9, 18-26

Ricorrendo quest’anno la memoria liturgica del beato Eugenio III nel giorno di domenica, lo ricordiamo oggi, lunedì 9 luglio. La prima lettura, tratta dal profeta Osea, ha inizio con un versetto che conosciamo bene «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». Parole che si addicono a tutti coloro che vogliono seguire Cristo Signore; a tutti! Perché solo nel silenzio, nel deserto è possibile ascoltare la voce del Signore. Presi da tante attività, da tante voci, da tanti discorsi inutili, da tanti mezzi di comunicazioni evasivi e «invasivi», è quando mai urgente tornare ad ascoltare la voce di colui che è la Parola. Gli Usi monastici, codificati sin dai primi tempi del monachesimo, erano e sono degli indispensabili aiuti per vivere il «deserto».

Il nostro Pier Bernardo (poi Eugenio III) aveva ben capito che la Regola e gli Usi in vigore nei monasteri erano semplicemente degli aiuti per ascoltare la voce di colui che parlava al cuore infatti, lasciò la vita canonicale e seguì san Bernardo a Clairvaux. Nel 1139, Eugenio fu inviato da san Bernardo in Italia a fondare il monastero di san Silvestro nei pressi di Farfa e, in seguito, passò al monastero dei Santi Vincenzo e Anastasio alle Acque Salvie nei pressi di Roma. Nel 1145 fu eletto papa con il nome di Eugenio III; Roma era una città in subbuglio tanto che il nuovo papa lasciò la città eterna e si fece consacrare nell’Abbazia di Farfa. Alla notizia della elezione di un suo figlio, Bernardo non pensò che l’eletto fosse in grado di svolgere pienamente la sua funzione tanto che scrisse ai cardinali: «Vi risparmi Iddio: che avete fatto? Avete richiamato fra gli uomini un uomo già sepolto; chi si teneva lontano dalle preoccupazioni e dalle folle, lo avete cacciato di nuovo nelle preoccupazioni e lo avete immerso nelle folle. Chi era il più modesto lo avete fatto primo […]. Si tratta di un giovane delicato, e la sua modestia è tenera usa più alla contemplazione e alla quiete che a trattare le faccende pubbliche; è c’è da temere non riesca a compiere i doveri del suo apostolato con la necessaria autorità».

Per grazia di Dio anche i santi, a volte, sbagliano! Eugenio III nei suoi anni di pontificato cercò di ripristinare l’autorità pontificia e lavorò indefessamente per la riforma della Chiesa secondo i caratteri di una sincera e vera carità apostolica che nulla aveva a vedere con il pauperismo. Nel De consideratione ad Eugenium papam, che l’abate di Clairvaux scrisse a papa Eugenio, si legge: «Mostrati pure coperto di porpora e anche d’oro, ma non vergognarti di essere e di agire da pastore, perché di un pastore tu sei l’erede: non vergognarti del Vangelo» (Lib. IV, III). Possiamo, a ragione, credere che Eugenio fosse un pastore secondo il cuore di Dio.

 Fu pastore secondo gli insegnamenti della Parola del Signore prendendosi cura delle pecore del suo gregge, di quelle sane e di quelle ferite, avendo sempre come esempio il Buon Pastore che, proprio  nel vangelo di oggi, sana e fa risorgere affinché si possa comprendere che il «Salvatore nostro Gesù Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo». Un pastore che esercitò il ministero petrino incarnando le parole del Vangelo di Giovanni al capitolo 21, 15-17: «Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore».

Fu pastore secondo la Regola del Santo Padre Benedetto da lui professata e vissuta quotidianamente, mettendo in pratica le parole del capitolo II della Regola, a riguardo dell’abate: «Sappia dunque l’abate che ricadrà sul pastore le eventuali carenze del suo gregge […]. L’abate dunque, tutto pervaso di sacro timore per il giudizio che lo attende – quale pastore – a proposito delle pecore avute in custodia, mentre si preoccupa del rendiconto su gli altri, pensa anche al proprio; e guidando con i suoi ammonimenti i fratelli nel cammino della conversione, si va egli correggendo dei suoi difetti».

Fu pastore secondo gli Usi di Cîteaux, tanto amati dopo aver incontrato san Bernardo a Pisa (Si dice che sotto gli abiti da pontefice, portasse l’abito monastico cistercense). Sicuramente Eugenio III e Aelredo di Rievaulx non si incontrarono mai; è certo, però, che il santo abate cistercense inglese era a conoscenza che, tra il 1145 e il 1153, il Vicario di Cristo era un suo confratello. Indubbiamente la Preghiera pastorale di Aelredo non fu conosciuta da Eugenio, avendole scritte nel 1166, ma l’avrebbe fatta sua; meglio, tale scritto di Aelredo, si adatta perfettamente a Eugenio III; la preghiera inizia con queste parole: «O buon pastore Gesù, pastore buono, pastore clemente, pastore affabile, un pastore povero e misero alza il suo grido verso di te; un pastore debole, e inesperto, e inutile, e tuttavia un pastore, quale che sia, delle tue pecore. A te, dico, alza il suo grido, o buon pastore, questo pastore che non è buono; a te alza il suo grido, in ansia per sé, in ansia per le sue pecore». Eugenio III fu un simile pastore perché nonostante le fatiche del pontificato rimase fedele al «deserto» dove poteva stare con il Signore; ben a ragione le antiche biografie lo descrivono come una persona degna dell’incarico che svolse, la cui mente era sempre rivolta a Dio tanto che la «discrezione» della sua vita si manifestava sul suo viso sempre limpido e sereno.

Oggi, più che mai abbiamo l’urgente necessità di tali pastori che, ad essere sinceri, sembrano in via di estinzione: Eugenio amava il silenzio, la preghiera e, soltanto il bisogno lo spingeva a parlare. Quando parlò, lo fece come i profeti che non potevano tacere affinché il fuoco divino, acceso in essi, non fosse soffocato. Esortava e consolava e spesso, durante i sermoni, versava lacrime per la commozione. Sicuramente i tempi sono mutati, ma oggi più che mai, si ha la necessità di pastori che non espongano proprie idee, non facciano violenza alla Parola di Dio ma parlino perché spronati dallo Spirito Santo ricordando, come afferma san Gregorio Magno, che: «Il cuore di chi ascolta si sente spinto all’amore di Dio e del prossimo, più dai fatti che dalle parole».

Pierdomenico Volpi

DOWNLOAD PDF

 

Chiudi il menu