<span class="entry-title-primary">Gertrude di Helfta e il gesto contemplativo “ultimo”.</span> <span class="entry-subtitle">Un’interpretazione dell’Esercizio VII, Nerbini, Firenze 2019 (Coll. Cisterciensia n. 2), 121 pp.</span>

Gertrude di Helfta e il gesto contemplativo “ultimo”. Un’interpretazione dell’Esercizio VII, Nerbini, Firenze 2019 (Coll. Cisterciensia n. 2), 121 pp.

Gertrude di Helfta e il gesto contemplativo “ultimo”. Un’interpretazione dell’Esercizio VII, Nerbini, Firenze 2019 (Coll. Cisterciensia n. 2), 121 pp.

 

Gertrude di Helfta o “la Grande” (1256-1301 [1302?]) ci ha lasciato due opere: l’Araldo del divino amore [=Le rivelazioni], in più libri (di cui solo il secondo è sicuramente suo, gli altri delle consorelle che la amavano e la seguivano come maestra), e gli Esercizi Spirituali, che comprende sette Esercizi.

Papa Benedetto, nell’udienza a lei dedicata 6 ottobre 2010, citava il Settimo esercizio: «Nel settimo Esercizio, quello della preparazione alla morte, santa Gertrude scrive: “O Gesù, tu che mi sei immensamente caro, sii sempre con me, perché il mio cuore rimanga con te e il tuo amore perseveri con me senza possibilità di divisione e il mio transito sia benedetto da te, così che il mio spirito, sciolto dai lacci della carne, possa immediatamente trovare riposo in te. Amen” (Esercizi, Milano 2006, p. 148) » .

Il volume che presentiamo è uno studio su questo Settimo esercizio.

Vuole fare scoprire che i passi che tradizionalmente in esso erano indicati come preparazione alla morte sono inseriti in un canto alla vita, che niente e nessuno può interrompere, perché suggerisce in maniera convincente che il percorso biografico di ognuno è posto sulla traiettoria che va dal pensiero di Dio in Cristo all’incontro definitivo con Lui. Cristo Gesù, dopo aver redento la persona ed averla attirata a sé durante la vita, le dona la pienezza della beatitudine nella e oltre la morte.

Il peccato intralcia il vivere con Cristo? Ma c’è l’esperienza del perdono, che continuamente risana e rinnova. Non a caso una strofa di un inno liturgico antico che Gertrude usava, ed è continuamente riproposto, è la quarta strofa dell’Inno latino dell’Ascensione Jesu nostra redemptio ancora in uso: strofa dell’inno dell’Ascensione[1]: «La tua pietà ti induca a vincere i nostri mali col perdono; e, per quanto sia indegna di veder esaudito il mio desiderio, nell’ora della morte, senza più alcun ostacolo, saziami con il tuo dolcissimo volto, perché io possa trovare in te il riposo eterno».

Per questa fiducia nel perdono, qualcuno aveva anche scritto che questo esercizio è un esercizio di riparazione. In verità le «orazioni dolcissime» (G. Lanspergio) che lo compongono non sono da ripetere tali e quali, perché Gertrude, scrivendole, voleva non che altri mettessero i suoi passi materialmente nei suoi, ma che si lasciassero provocare dalla sua testimonianza serena a dedicare tempo, almeno un giorno intero ogni tanto, a starsene soli con Dio. Il nostro tempo può essere riempito dal godimento del Suo dono nel Sacramento eucaristico e nella sua “dilatazione” nella Liturgia delle Ore, ripresa poi in un preghiera personale distesa, che faccia riguardare con fiducia immensa a tutta la vita già vissuta e alla sue prospettive concrete. Passato, presente e futuro sono rivisti e affidati – da Gertrude e da chiunque voglia riviverne a modo proprio l’esperienza – a Cristo, Sposo e Redentore. Egli è il Signore, da conoscere esperienzialmente nello Spirito Santo per essere interiormente trasformati e resi capaci di mediare umilmente la sua salvezza al nostro prossimo, nei rapporti quotidiani e nella preghiera di intercessione.

Altre informazioni: https://www.vitanostra-nuovaciteaux.it/a-valli-gertrude-di-helfta-e-il-gesto-contemplativo-ultimo/

[1] Jesu, nostra redemptio/ Amor et desiderium,/ Deus creator omnium,/ Homo in fine temporum. // Quae te vicit clementia,/ Ut ferres nostra crimina,/ Crudelem mortem patiens/ Ut nos a morte tolleres! // Inferni claustra penetrans,/ Tuos captivos redimens,/ Victor triumpho nobili/ Ad dextram Dei residens // Ipsa te cogat pietas/ Ut mala nostra superes/ Parcendo et voti compotes / Nos tuo vultu saties. // Tu esto nostrum gaudium,/ Qui es futurus praemium,/ Sit nostra in te gloria,/ In sempiterna saecula.

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